Il sonno della ragione genera mostre

Contro la logica da cinepanettoni nell’arte

di Maria Chiara Fornari

Cari, cari polli d’allevamento

Quando mi trovo in fila, insieme a migliaia di persone intente a guadagnarsi, con inane quanto ammirevole fatica, il proprio turno per accedere ad uno spazio espositivo e visitare una delle mostre-evento, meglio dette blockbuster, mi vengono sempre in mente i versi di Giorgio Gaber: cari, cari polli d'allevamento / coi vostri stivaletti gialli e le vostre canzoni. Sembra incredibile che, anche quando siamo dediti all’attività che più dovrebbe elevarci dal punto di vista intellettuale e culturale, ci risulti così difficile non tradire la nostra componente tendenzialmente animale. Polli in fila, prima di essere spennati, vacche in coda per la mungitura, pecore strette tra le transenne destinate alla tosatura seriale.
L’ultima volta in cui mi sono trovata tra i polli ero davanti a Palazzo Reale di Milano, in coda con mia figlia per avere diritto ad accedere all’esposizione dedicata al maestro dell’arte giapponese Hokusai. Come molti ragazzi della sua età, onnivora consumatrice di manga, anime e di serie televisive giapponesi, da tempo mi chiedeva di poter vedere da vicino la famosissima onda e il mitico monte Fuji, icone incontrastate di quel mondo figurativo di cui la sua immaginazione anela, in questo momento, alimentarsi.

Icone incontrastate, quelle di Hokusai, di una sublime arte di un passato nipponico, della cui vicinanza, però, noi non arrivammo a godere. Il provvidenziale passaggio nei nostri immediati paraggi di una inserviente di Palazzo Reale ci rendeva edotte sull’entità dell’attesa che, a sua autorevole stima, sarebbe stata di almeno 3 o 4 ore. Ritenni saggio cogliere l’opportunità per dirottare la, peraltro recalcitrante prole, verso un’altra esposizione aperta in un’ala attigua di Palazzo Reale e che non vantava nessun visitatore in attesa davanti all'entrata. Era l’ingiustamente negletta, mostra dedicata ad un maestro dell’arte fiamminga, Peter Paul Rubens, colui che può essere considerato il padre del Barocco europeo.

Contro le mostre

Dopo la lettura dell’illuminante saggio di Tommaso Montanari e Vincenzo Trione dal titolo “Contro le mostre” (Einaudi, 2017) mi è un po’ più chiaro non solo perché, in quelle situazioni, canticchio Gaber, ma anche quel che è successo a Milano quel giorno di gennaio. È possibile che ci trovassimo prese nella morsa di quel che nel saggio viene definito il “mostrismo”. Un fenomeno che si ritroverebbe - secondo gli autori -  assai di casa a Palazzo Reale. Un fenomeno atto ad assecondare (e fors'anche a generare) un pubblico di visitatori frettolosi e distratti, tesi a cercare pigramente i “soliti noti” senza preoccuparsi della qualità di ciò che viene offerto. Visitatori condannati a fastidiose e interminabili code, a pellegrinaggi il cui beneficio intellettuale e spirituale è pari quasi allo zero.

Intervista a Montanari

Intervista a Montanari

A cura di Monica Bonetti (archivi RSI, 2017)

Secondo Montanari e Trione, si tratta di un sistema ormai oliato e che sembra desideroso di far prevalere una filosofia di tipo televisivo. Si trasformano i visitatori di una mostra in consumatori o, peggio, in clienti; e ci si inchina al diktat demagogico dell’auditel. Un parametro assai impreciso – dicono gli autori – in quanto misura i numeri degli spettatori non la loro crescita culturale, né tantomeno la loro soddisfazione. Un sistema che va a detrimento dell’arte, in quanto si serve delle opere, non si mette al loro servizio. Esposizioni approssimative, non pensate come “un bene pubblico” ma come un prodotto di puro entertainment. Un prodotto proposto ad un pubblico mordi e fuggi, preso al lazzo più da fugaci mode che da esigenze culturali o, meglio ancora, spirituali. Un fenomeno additato nel volume come tipicamente italiano.

È la legge del mercato, bellezza!

L'arte non può essere un affare privato, ma un bene comune. Le opere che percorrono i cieli di mezzo mondo, prestate qua e là, escono dai musei e subiscono spostamenti, talvolta infausti, pregiudicandone lo stato di conservazione, per andare ad ingrassare i privati. Esposizioni frettolose, prive di solide valenze scientifiche non rappresentano opportunità di crescita, di educazione e di cultura per il cittadino, che si troverebbe sempre più defraudato del bene comune, di agenzie educative e di opportunità di elevarsi. Di certo l’entertainment assegna assoluta centralità a valori come esteriorità e superficialità, che non possono certo rappresentare basi solide per la crescita culturale, etica e civile di un paese, di una comunità.

Le folle che si accalcano in questi luoghi, assembramenti di persone solitarie non più unite da una fede comune, religiosa, sociale o politica […] hanno trovato nel culto dell’arte la loro ultima avventura collettiva. […] Scomparsa ogni fede, ci si imbatte invece in uno smarrimento comune, in una maggiore solitudine (Jean Clair, “L’inverno della cultura”, Skira, 2011).

E così rischiamo di immolare sull’altare del mercato anche il mondo dell’arte, svuotiamo i musei per andare a riempire di code insensate le piazze davanti alle sale espositive, come davanti alle casse dei supermercati, attirati qua e là da influencer più o meno occulti.

The Square

E se non tuteliamo il bene comune dagli interessi di pochi che cosa succede? È probabile che succeda ciò che ha paventato il quarantatreenne regista svedese Ruben Östlund nel divertente quanto inquietante film The Square, Palma d’oro a Cannes 2017. Succede che, se sottovalutiamo il valore dell’arte, privando i musei della loro missione educativa, facciamo un bel pasticcio; cancelliamo origini, storia, etica, memoria. La cultura è una cosa seria, ci aiuta a vivere, ci fa riflettere sul mondo e su noi stessi. Se viene consegnata alle regole del mercato trasforma ognuno di noi in un numero senza identità, un numero che va ad ingrassare i profitti di chi utilizza le tecniche della persuasione per cancellare la nostra dignità di essere umano, ad esclusivo beneficio di quella di consumatore. Un essere sempre più solo, preda inerme, talvolta anche inconsapevole, delle proprie paure e dei propri fantasmi.

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