Je ne suis pas Charlie

Oltre la libertà di espressione

Dopo tre secoli abbondanti di colonialismo, dopo decenni di neoimperialismo di marca atlantica, dopo aver fiancheggiato tiranni e sottratto petrolio, dopo aver conquistato una superiorità economica, tecnica e politica incolmabile, dopo aver spalleggiato guerre civili e conflitti interconfessionali, dopo aver gridato alla migrazione dei disperati come a “invasioni barbariche”, è difficile immaginare che al mondo arabo-islamico possa essere sottratta l’unica residuale ragione di orgoglio identitario: la propria fede. E ancor più difficile immaginare – se solo si voglia esercitare un minimo di empatia – che tale fede possa essere ingiuriata, derisa, insultata senza suscitare ira, sdegno o violenza.

Non solo tra il miliardo e mezzo di musulmani presenti sulle terre tradizionalmente islamiche, ma anche e soprattutto presso i cosiddetti musulmani della diaspora, in particolare delle ultime generazioni, la cui schizofrenia identitaria sappiamo tutti, o dovremmo sapere tutti, favorisce quel repli identitaire che nella migliore delle ipotesi si converte in fanatismo e nella peggiore in terrorismo.

Agire e scrivere, disegnare e ragionare (o sragionare) in spregio a queste condizioni storiche e sentimentali, infierire su collettività umane che a buon diritto ricadono tra le vittime della Storia, i suoi esclusi, i suoi denegati, equivale dunque a sparare, contestualizzando l’espressione, sulla Mezzaluna: equivale a giocare col fuoco, laddove denigrazione, umiliazione e subordinazione alla superiorità occidentale hanno già mietuto, nel corso di secoli, nel modo più feroce, centinaia di migliaia di vittime. Equivale, se possiamo dire così, a ballare la samba in ospedale di fronte a un consesso di malati di Covid pretendendo che a nessuno venga l’uzzolo di alzarsi dalla lettiga con una siringa in mano, o a presentarsi in perizoma in chiesa inneggiando al nudismo, pretendendo che il prete risponda alla provocazione con un bonario sorriso di comprensione.

Eppure, seppure questi accostamenti dovrebbero riuscire persuasivi anche al più inflessibile occidentrocentrico, la vulgata più diffusa vuole che laddove la satira, qualunque satira, debba essere compresa (nei due sensi del termine) come manifestazione di una insindacabile libertà di espressione, infierire contro malati o fedeli cristiani sarebbe eo ipso rubricato come vilipendio, diffamazione, oltraggio  o quant’altro.

 

La domanda da porsi è allora la seguente: perché si può agire contro la sensibilità di un miliardo e mezzo di credenti musulmani e viceversa riportare senza esitazione alla condanna per “antisionismo” o “apologia di nazismo” chi offende la nostra sensibilità democratica e occidentale?

Cercherò di azzardare una risposta: forse perché il “sacro” non è più in Occidente un valore assoluto e intangibile, almeno quanto lo è la cosiddetta “democrazia” o quello stesso “capitalismo” in nome del quale si sono legittimate le peggiori infamie coloniali e neocoloniali ai danni del Terzo Mondo. Forse perché il “sacro” – almeno secondo la lucida lettura di Umberto Galimberti – non abita più l’Occidente. E visto che al suo posto è stata ideologizzata (quando non sacralizzata)  la pretesa di considerare ineluttabile l’occidentalizzazione, ecco che, secondo questo parametro, non avrebbe titolo di esistere nessun altro contesto sociale e valoriale, a partire da quello islamico. In questo modo l'Occidente – se fosse necessario sottolinearlo – mostra una totale mancanza di empatia e un miope solipsismo, promuovendo i propri valori (i cosiddetti "valori fondanti dell'Occidente") a valori assoluti ed erigendosi a promotore unico e indiscusso della globalizzazione. Detto in altro parole: l'Occidente si mostra così dogmatico da difendere il proprio sbandierato relativismo solo nella misura in cui coincide con un assolutismo: l’assolutismo del relativismo. Ovvero: tutto è relativo purché lo sia secondo i canoni occidentali.

Questa è a mio avviso la tragica aporia in cui ci troviamo, non potendo assecondare nessuno dei due corni del dilemma, dovendo anzi stigmatizzare in modo assoluto l'atroce abominio del terrorismo di matrice islamica, ma non potendo nemmeno aderire all'irrispettosa e solipsistica satira di Charlie Hebdo, che opera sul crinale della esasperazione delle incompatibilità e del cosiddetto clash of civilization. Un’aporia da cui si può uscire solo se ci mettiamo finalmente in testa che la nostra idea di libertà di espressione non equivale in nessun modo alla loro idea di libertà di espressione.

Certo, noi possiamo vantare di aver inaugurato la satira, anche religiosa, fin dai tempi del lontano Medioevo. Il mondo arabo-islamico conosce viceversa solo una satira più tenue, meno invasiva e soprattutto mai dissacrante nei confronti del “sacro”. Ma chi ha deciso che a questa differenza si debba solipsisticamente, assolutisticamente rispondere con la hybris del nostro complesso di superiorità invece che con l’empatia? Quale idea ci siamo fatti della globalizzazione? Globalizzazione è ascolto della sensibilità di tutti o, ancora una volta, esportazione forzata e obbligatoria del canone morale e immorale occidentale?

Marco Alloni
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