Società

Dall’Alaska alla Patagonia: l’impatto umano sulla biodiversità

Intervista a Valeria Barbi ideatrice e realizzatrice del progetto “WANE We Are Nature Expedition”

  • Oggi, 08:00
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Di: Clara Caverzasio 

C’è una parola inglese che racchiude, in modo quasi crudele, lo stato di salute del pianeta: wane, svanire. È da qui che nasce WANE – We Are Nature Expedition, il progetto ideato dalla naturalista, politologa e giornalista ambientale Valeria Barbi, insieme al fotografo naturalista Davide Agati. Un reportage multimediale che ha seguito per 22 mesi la strada più lunga del mondo, la Panamericana, dall’Alaska alla Patagonia, per documentare lo stato della biodiversità e il rapporto tra esseri umani e natura. Un’esperienza confluita nel volume Dall’Alaska alla Patagonia. Viaggio attraverso gli ecosistemi più straordinari del mondo (Laterza, 2025).

«Wane in inglese significa svanire, ma è anche l’acronimo di We Are Nature expedition», spiega Barbi. «Una spedizione per dimostrare, per far capire alle persone quanto noi stessi siamo biodiversità». Il progetto nasce da un’esigenza tanto scientifica quanto comunicativa: colmare la distanza, spesso abissale, tra il concetto di biodiversità e la vita quotidiana delle persone. «Quando si parlava di biodiversità le persone non riuscivano a collegare questo termine con la loro vita e, in un certo senso, con loro stessi».

La scelta della Panamericana non è casuale. Le infrastrutture lineari – strade, ferrovie, corridoi – sono tra i principali fattori di perdita e frammentazione degli ecosistemi, ma sono anche i luoghi attorno a cui si organizzano le società umane. «La Panamericana attraversa 16 Paesi e i principali biomi esistenti al mondo: tundra, taiga, foreste tropicali, deserti», racconta Barbi. Un transect naturale che consente di osservare, in modo sistematico, gli impatti dell’attività umana sulla biodiversità globale.

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Dal punto di vista scientifico, il lavoro di WANE si è concentrato sui cinque principali fattori di perdita di biodiversità: inquinamento, crisi climatica, distruzione degli habitat, diffusione di specie aliene e sovrasfruttamento delle risorse. «Questi fattori sono sempre presenti, ovunque, anche nei luoghi che consideriamo simboli della natura selvaggia», sottolinea Barbi. Ma il progetto non si limita a documentare il degrado: cerca anche le crepe nel sistema, le storie di resistenza e di possibile coesistenza.

Una di queste storie arriva dalla Baja California, sulle rive del Mare di Cortéz, definito da Jacques Cousteau “l’acquario del mondo”. Qui vive Erika Santacruz Lopez, biologa marina spagnola che ha scelto di trasferirsi in un villaggio remoto per studiare e proteggere le tartarughe marine. In una regione dove il consumo di carne e uova di tartaruga è parte della tradizione, Erika ha capito che il cambiamento non può essere imposto. «Per attuare una trasformazione culturale non puoi dire alle persone: tu questa cosa non la puoi fare. Devi fare leva su qualcos’altro».

Quel “qualcos’altro” sono i bambini. Erika li coinvolge nella protezione dei nidi e nella liberazione dei piccoli appena nati. Un giorno, una bambina le chiede: «Ma adesso lei affronta le onde da sola?». Erika risponde che sì, quella tartarughina è sola, e che solo una su mille tornerà un giorno a deporre le uova. «Quel giorno la bambina tornò a casa e trovò una tartaruga viva nella vasca da bagno dei nonni, pronta per essere cucinata. Raccontò la storia al nonno e riuscì a convincerlo a liberarla». Un gesto minuscolo, eppure potentissimo. «Ci spiega il potere dello stupore e quanto una storia possa insegnare qualcosa che poi viene tramandato».

Il lavoro di Barbi parte da una convinzione chiara: non siamo di fronte solo a una crisi climatica, ma a una crisi ecologica sistemica, in cui la perdita di biodiversità resta spesso sullo sfondo. «La biodiversità è la varietà e l’abbondanza delle specie che abitano il pianeta», ricorda, citando la definizione di Edward O. Wilson, articolata su tre livelli: specie, ecosistemi e diversità genetica. Ma per Barbi questa è solo la definizione “istituzionale”. «A me piace pensare alla biodiversità come al pilastro della nostra vita sul pianeta».

Il problema è che continuiamo a non percepirla come tale. «Non abbiamo confidenza con la terminologia, non capiamo quanto noi stessi siamo biodiversità, quanto dipendiamo dai servizi ecosistemici». E soprattutto ignoriamo il legame profondo tra biodiversità, società ed economia. «Tutti i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 dipendono, in misura maggiore o minore, da una biodiversità in salute». Ecco perché siamo di fronte anche una crisi della comunicazione, ammette Barbi, che riguarda scienza, giornalismo ed educazione.

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A questa distanza contribuisce una visione tipicamente occidentale, che separa l’essere umano dal resto del vivente. «Noi occidentali ci siamo distinti per la ricerca del potere assoluto e per l’esaltazione dell’individualismo», osserva. Al contrario, nelle culture native «la vita è un flusso» e l’essere umano esiste solo in relazione alle altre creature. Ignorare questa interconnessione è pericoloso, perché il degrado degli ecosistemi non è lineare. «Si parla di vero e proprio collasso: quando gli ecosistemi smettono di essere funzionali, il collasso è totale».

A differenza della crisi climatica, la perdita di biodiversità è irreversibile. «L’estinzione è per sempre», ribadisce Barbi. Ogni specie che scompare rappresenta una perdita etica, culturale e scientifica. «Ci sono 35.000 specie di piante da cui ricaviamo farmaci che utilizziamo oggi». Ma la tutela della natura, avverte, non dovrebbe essere solo utilitaristica: «Non abbiamo il diritto di portare all’estinzione creature con un passato evolutivo molto più lungo del nostro».

Qualcosa, tuttavia, si muove. Barbi non si definisce ottimista, ma riconosce segnali di cambiamento. «Si parla di più di biodiversità, e per la prima volta c’è un interesse concreto da parte di attori come assicurazioni, banche, grandi aziende». Anche se l’approccio è spesso utilitaristico, è inevitabile coinvolgerli: «La conservazione ha un costo». E i numeri parlano chiaro: «Per ogni euro speso in conservazione, ne tornano indietro almeno otto, se non trenta».

Ma, ci tiene a sottolineare Barbi, la crisi della biodiversità è anche una crisi dei diritti umani. «Colpisce sempre le fasce più fragili», ci ricorda la naturalista, citando il caso dell’Ecuador, primo Paese al mondo ad aver riconosciuto nella Costituzione i diritti della natura, ma segnato da decenni di inquinamento petrolifero. «A Lago Agrio ci sono più di ottocento pozze di acqua contaminata e oggi è la zona con il più alto tasso di mortalità per tumore». Uccidere la natura, conclude, è spesso stato uno strumento per sterminare i popoli, come dimostra la storia dei nativi americani e dello sterminio dei bisonti o come vediamo oggi in Gaza.

Il viaggio di WANE non si ferma qui. Il 20 gennaio Valeria Barbi e Davide Agati ripartiranno per l’Amazzonia brasiliana, questa volta seguendo un’altra infrastruttura naturale ma altrettanto fragile: i fiumi. «Andremo a capire come la crisi climatica impatta sulla biodiversità fluviale e come si intreccia, ancora una volta, con i diritti umani». Perché raccontare la biodiversità, oggi, significa raccontare noi stessi. E capire che, se la natura svanisce, svaniamo anche noi.

26:17
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Biodiversità urbana

Il giardino di Albert 31.05.2025, 18:00

  • Keystone
  • Alessandra Bonzi

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