La morte di Empedocle

Camminando sulle vette solitarie dell’Etna

Nella morte l’io si dissolve. Dissoluzione che è premessa al reintegro dell’uomo nella danza eterna ed increata dell’originario in cui gli elementi (Aria, Terra, Acqua e Fuoco) aleggiano puri, suscettibili a comporsi in nuove e transitorie forme di esistenza.

È questa la riflessione che ci consegna il filosofo greco Empedocle, nella rilettura che ne ha fatto Hölderlin nel testo La morte di Empedocle. Testo in cui la riflessione sulla morte raggiunge vette altissime.

Con la morte i confini si sciolgono, la soggettività svapora e si afferma il senso cosmico del mondo. Ammutolisce l’individuale, il limitato, il formato e si concretizza l’illimite, l’incondizionato, l'indifferenziato.

La morte dell’io è, dunque, un ritorno al Tutto: io sono colui che torna. La dissoluzione è una tappa necessaria affinché si compia il ritorno all’originario, in cui i quattro elementi si mescolano e si dissolvono ininterrottamente, senza mai nascere e senza mai morire, in una metamorfosi continua.

Con questo Hölderlin (alias Empedocle) non intende affermare che nella morte vi sia alcunché di elegiaco o di catartico. La morte resta morte per l’io ma non per gli elementi. La morte impone la dissoluzione dell’io, ma in questa dissoluzione è custodito il ritorno all’origine. Ed è così che la morte (intesa nella cultura contemporanea come segno terminale dell’esistere) diventa superamento, passaggio ed approdo. La morte come soglia esistenziale, oltre cui si spalanca la fusione con il Tutto, dove tutto è in potenza, increato ed eterno.

In questo senso, sebbene comporti dolore e sofferenza, la morte agli occhi di Empedocle non appare come qualcosa da cui scampare, bensì come qualcosa verso cui orientarsi. Tanto che il filosofo greco ad essa si volgerà, inabissandosi nelle profondità dell’Etna.

È questo il momento, pensa davanti al cratere e sceglie di cadere ritto in piedi, la lava come fossa e liberazione dai vincoli dell’io. Pur sapendo che la morte non esiste, Empedocle sa che da mortale egli deve morire, per ricongiungersi al divenire ininterrotto del cosmo. Guarda la lava, il fuoco che lo attende. Infine, si butta nell’abisso del cratere e torna alla natura infinita.

Nulla, dunque, di politico o di sociale nel suo gesto. Il suo suicidio non è ribellione, non è cacciata e nemmeno indignazione verso gli uomini, ma è espressione del bisogno di fondersi con il divenire degli elementi. Il suo gesto va inteso come un aprirsi dell’essere al cosmo, come volontà di farne parte.

Del resto, Empedocle aveva in tal senso condotto anche l’ultima parte della sua vita, trascorsa in una sorta di eremitaggio sulle vette spopolate dell’Etna, in una sorta di apertura panica verso la straordinaria potenza della natura naturans, nel completo annichilimento dell’arroganza individuale.

L’esserci dell’uomo nel mondo non è per Empedocle che una tappa della metamorfosi la quale nega ogni centralità alla dimensione umana. Il vero essere è il divenire, e la morte dell’io non è che soglia verso questa realtà imperitura.

Soglia di conoscenza, la morte resta un dramma, giacché Empedocle ignora come questo passaggio avvenga. L’unica certezza che Empedocle ha è che la sua morte non è un gesto terminale ma un segno di trasformazione.

È con questa certezza che Empedocle si butta nel ventre del vulcano. Cosi si volle e così tutto fu compiuto. L’Etna, a posteriori, restituirà il sandalo di ferro del maestro, venerato dai discepoli e dalla comunità di Agrigento. Un oggetto simbolico, in memoria del camminare silenzioso di Empedocle sulle vette del vulcano. Come a ribadire che, fintanto che si è in vita, l’atteggiamento più consono al divenire è quello del viandante che erra per lande solitarie.

Gli ultimi anni di vita Empedocle li trascorse infatti sulle alture dell’Etna, lontano da ogni comunità umana, lontano da ogni tentazione di parlare, di cristallizzare per mezzo delle parole ciò che costantemente si mescola e si trasforma. Contemplando gli elementi, cercando di fondersi con essi, sempre in cammino, rifuggendo ogni stabilità, accadendo come ininterrottamente doveva accadere.

E rinunciando ad ogni dialogo con la comunità degli Agrigentini, per non cedere alla colpa di parlare. Consapevole che nella parola che nomina risiede il peccato, peccato di orgoglio, presunzione di eleggersi prossimo alla divinità. Del resto, non c’è parola adatta a rivelare il divenire, che costantemente si trasforma. La parola illustra, fossilizza, appesantisce ciò che è nel silenzio invece ininterrottamente si esalta, si mescola e si separa. Il rapporto col divino è muto. E lo si sperimenta solo camminando, cercando di entrare dentro gli elementi, di sciogliersi in essi, divenendo nel divenire. E questo sino alla dissoluzione dell’essere.

Mattia Cavadini
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