Ma quali sovranisti, quali europeisti!

All'Europa serve una rifondazione culturale e antropologica

di Marco Alloni

Se è vero che le prossime elezioni europee segneranno un punto di svolta nel destino del Vecchio Continente e il sogno di Adenauer e compagni verrà probabilmente travolto dai cosiddetti sovranisti, non è vero per ciò stesso che dichiararsi europeisti in senso politico o economico sia sufficiente per difendere l'idea di Europa che venne configurandosi mezzo secolo fa.

Nessun segnale del cosiddetto europeismo si sta infatti profilando come un segnale culturale, o addirittura antropologico, per evitare che l'Europa si sgretoli. Nessuna idea di ampio raggio sta cercando di anticipare e prevedere che cosa l'Europa sarà al di là del mantra economicistico o politicistico che la vorrebbe – qualora frantumata in nazionalismi o regionalismi – destinata a soccombere alla potenza cinese e americana. Nessuna prescienza storica sta cercando di riqualificarla in un senso sociale e culturale diverso da come siamo abituati a immaginarcela. Il suo probabile suicidio annunciato è nel continuare a pensarla come se non fosse l'entità in divenire che è.

Chiunque parla di Europa parla di potere e di denaro, avallando così quello che fu il grande errore strategico che ne promosse la nascita: la creazione di una moneta privata transnazionale, l'euro, che non solo ha riportato il continente sotto l'egemonia germanica ma ha subordinato a sé l'unico mastice che avrebbe davvero potuto renderla una costellazione coesa di Stati: la sua identità plurima, ovvero in un certo senso mediterranea o pan-europea. La sua identità di crescente e irreversibile contaminazione.

I 20 anni dell’euro
I 20 anni dell’euro Intervengono: Romano Prodi, Mauro Baranzini, Andrea Terzi (RSI, Modem, 8.1.2019)

Certo, liberalismo, capitalismo e mercato impongono che a un'idea mediterranea di Europa (intesa come entità plurale) sia preferita un'idea di Europa delle banche e della finanza. Ma che questo centralismo economicistico (assoluto e assolutizzante) sia destinato a costituire una forza e non viceversa un limite nel futuro dell'Europa è tutto da verificare.  

Laddove si voglia considerare che il futuro dell'Europa non potrà più essere commisurabile sul suo passato (diciamo, a spanne, sulla sua bimillenaria configurazione come espressione dell'incontro fra grecità e cristianesimo) è quasi inevitabile immaginare infatti una svolta radicale di paradigma: quella di un'Europa non già potenza alternativa ai grandi imperi dell'avvenire, quello cinese e quello americano, ma terreno d'avanguardia di ciò che l'intero pianeta prospetta di diventare: una immensa tessitura di popoli, etnie, razze, religioni e culture alla cui coesione solo una ridefinizione dell'antropologia può provvedere.

Ritenere che l'Europa dei prossimi cinquant'anni debba misurarsi con le altre superpotenze mondiali sul piano della crescita economica, del profitto, della produzione o delle potenzialità militari è senza dubbio un istinto inevitabile: i grandi colossi fanno paura e alla paura si risponde cercando di imitarne le posture. Ma una simile Europa sarà verosimilmente destinata a crollare su stessa, sia che sopravviverà nella sua forma unitaria sia che si frantumerà in nostalgici sovranismi.

Un'Europa meglio attrezzata alle sfide dell'avvenire dovrebbe essere così lungimirante da volersi riformare, prima che in termini istituzionali o economici, in termini antropologici. Qualora e quando le logiche interne del capitalismo anti-ecologico dovessero finire per dissolvere, implodendo in una conflittualità sociale senza precedenti, il grande paradigma tornerà infatti a essere quello della convivenza umana. E allora l'Europa sarà giocoforza chiamata a proporsi come baricentro e vettore di civiltà.

Significa questo che l'Europa deve abdicare agli imperativi del progresso economico o del capitalismo a oltranza, per salvarsi dal suo stesso suicidio? No, significa che se non calibrerà in forme diverse da quelle proposte dal mero dettato economico il proprio futuro, la sua identità non sarà che un pastiche senza coerenza dal quale non potrà scaturire che un incoerente e altrettanto ineluttabile pastiche politico-economico.

Fin d'ora sarebbe dunque auspicabile che l'Europa si pensasse – a partire dalle scuole, dall'editoria, dal giornalismo, dalla filosofia, dalla storia – come un luogo della contaminazione e della mediterraneità. Fuori da questo primato planetario non gliene potranno spettare altri. E con ogni probabilità sarà definitivamente vassallizzata dal resto del mondo.

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