Immaginiamo il profumo dell’erba appena tagliata, una casa di pietra, il suono lontano di un campanaccio. Poi, all’improvviso, il “ding” di una notifica che ci riporta bruscamente alla realtà. È in questo incontro ossimorico che il neoruralismo procede incerto: un modo di abitare il mondo tornato alla ribalta con la “famiglia nel bosco”, ma nato dentro un universo iperconnesso e precario. È il desiderio di una vita più lenta, più autentica, senza però rinunciare alla rete. È una critica al modello neoliberale, una ricerca di senso? E quali sono i rischi?
Lorenzo Migliorati, professore di sociologia dei processi culturali e ospite a Laser, spiega che l’idea di una “vera” natura umana a cui tornare o da cui lasciarsi guidare è un topos ricorrente del pensiero filosofico, presente in epoche molto diverse tra loro. Si può risalire persino a Epicuro: quando l’Atene del suo tempo era percepita come una città corrotta e in decadenza, maturò il desiderio di recuperare uno stile di vita più semplice, più essenziale, più “naturale”.
Il mito del “buon selvaggio”, da Rousseau in poi, esprime l’idea che l’uomo moderno sia corrotto dalla civiltà rispetto al suo stato originario e “naturale”. Quando oggi parliamo di vera natura umana o di fenomeni come il neoruralismo, riattiviamo questa tensione antica. Ma tradurre queste idee in movimenti politici o pratiche collettive richiede un passo ulteriore, sempre legato al contesto storico e sociale.
Oggi, tuttavia, la figura che più si avvicina al neo‑rurale contemporaneo è quella dell’hipster: individui spesso appartenenti a un ceto medio-alto, una sorta di «indigeno al passo coi tempi», come osserva Migliorati. In questo senso, il ritorno alla natura diventa una scelta politica solo per una minoranza ideologicamente radicalizzata, che proprio per questo tende a rimanere ai margini.
Ritorni alla terra 2.0
Laser 12.02.2026, 09:00
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Anche l’idea di comunità risulta difficile da ricreare artificialmente. Migliorati ricorda che la comunità «non si costruisce, in qualche modo esiste». Può essere sostenuta, rafforzata, accompagnata, ma tentare di fondarla da zero rischia di produrre più un immaginario che una realtà condivisa.
Centrale è anche lo sguardo educativo: quali apprendimenti possono realmente trarre i bambini da un modello di vita alternativo? Andrea Protestino, professore ordinario di pedagogia, richiama l’attenzione tanto sui benefici quanto sui rischi. Vivere nella natura può essere prezioso, a patto che esista un progetto educativo chiaro e la presenza di figure competenti in grado di valorizzare aspetti fondamentali come l’igiene, la socializzazione e la sicurezza. Per questo è essenziale che i progetti di home schooling siano regolamentati e monitorati.
A ciò si aggiunge il tema della sovraesposizione mediatica della vita rurale: un racconto online che alimenta desideri, ma anche frustrazione. Le narrazioni digitali, spiega Marco Lazzari (professore di didattica e pedagogia), sono spesso «bene curate e luminose» ma «depurate dalle fatiche». Non mostrano il peso del lavoro nei campi, la vulnerabilità economica, la solitudine. E proprio questa dissonanza può generare profonde disillusioni.
Il neoruralismo, in fondo, sembra essere oggi più un sogno che una possibilità concreta. Un’immagine consolatoria che osserviamo dai nostri appartamenti in città, forse più sintomo di un disagio diffuso che una reale alternativa praticabile per tutti. È però vero che c’è chi sceglie davvero di tornare alla terra, e lo fa per ritrovare ritmi più umani, la lentezza, o forse per sfuggire alle identità costruite di una società sempre più narcisista.







