Il cibo è il nostro primo linguaggio. Prima della parola, prima del gesto, prima della legge, c’è l’atto di nutrirsi. E proprio perché è così elementare, così quotidiano, così apparentemente innocuo, il cibo è diventato uno dei dispositivi politici più potenti della modernità. Non è mai solo cibo: è identità, è controllo, è gerarchia. Come scriveva Claude Lévi‑Strauss, «la cucina è un linguaggio nel quale la società traduce la propria struttura». E ogni struttura, si sa, ha i suoi dominanti e i suoi dominati.
Il banchetto medievale era un teatro del potere: chi sedeva vicino al signore, chi mangiava per ultimo, chi serviva. Il cibo organizzava lo spazio sociale. Oggi non è diverso. Le tavole sono cambiate, ma le logiche restano. Il brunch urbano, il fast food globale, il biologico di lusso, il delivery algoritmico: ogni scelta alimentare è un segno, un posizionamento, un modo di dire «io appartengo qui». Pierre Bourdieu lo aveva intuito: «i gusti non sono mai innocenti». Mangiare è un atto di distinzione.
Ma il cibo è anche un campo di battaglia. Le filiere globali, le monoculture, lo sfruttamento agricolo, la crisi climatica: ogni piatto porta con sé una geografia di potere. Achille Mbembe parlerebbe di «necropolitica alimentare»: decidere chi ha accesso al cibo e chi no, chi mangia bene e chi sopravvive, chi può scegliere e chi deve accontentarsi. Il supermercato è una mappa del mondo: scaffali pieni da una parte, deserti alimentari dall’altra.
In questo scenario, vegetarianesimo e veganesimo sono forse l’esempio più evidente di come il cibo sia diventato un terreno di conflitto simbolico. Non sono semplici diete, ma pratiche morali, ecologiche, politiche. Mettono in discussione l’ordine carnivoro della modernità, quella che Carol J. Adams ha definito «la struttura patriarcale del consumo di carne». Rifiutare la carne significa rifiutare un intero immaginario: la forza, la virilità, la conquista della natura. Significa interrogare la filiera, il dolore animale, l’impronta ecologica. Significa, in fondo, dire che il piatto non è neutrale. Per questo generano reazioni così viscerali: perché toccano un nervo scoperto, perché mostrano che anche ciò che mangiamo è un atto politico.
Vegetariani
Alphaville 28.04.2025, 12:35
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La modernità ha trasformato il cibo in spettacolo. Il food porn, gli chef‑star, le cucine televisive, i ristoranti‑esperienza: tutto diventa performance. Il piatto non nutre, rappresenta. Non un gesto quotidiano, ma un contenuto. Non un rito, ma un prodotto. È la logica del capitalismo estetico: il cibo come immagine, come status, come narrazione.
Eppure, proprio in questa estetizzazione totale, si aprono crepe. Le cucine migranti che reinventano le città. Le mense popolari che sfidano la povertà. Le reti di agricoltura solidale che sottraggono terreno alle multinazionali. Le cucine femministe che trasformano il lavoro domestico in gesto politico. Ogni pentola che bolle fuori dal mercato è una piccola insurrezione.
Il cibo è un campo di forze. È dove si incontrano corpo e potere, intimità e politica, memoria e mercato. Difendere il cibo come spazio comune significa difendere la possibilità di nutrirsi senza essere governati, di condividere senza essere profilati, di cucinare senza essere trasformati in consumatori. Significa ricordare che mangiare non è solo sopravvivere: è immaginare un mondo diverso.
Il cibo non è evasione. È politica allo stato solido. È il gesto quotidiano che rivela ciò che siamo.
Vegan: futuri possibili
Geronimo 13.11.2018, 11:35
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