Di tutti i cambiamenti avvenuti a livello mondiale negli ultimi cent’anni ce n’è uno in particolare che è stato tanto radicale che a noi contemporanei sembra quasi impossibile immaginarci un tempo prima di questo: l’avvento della plastica. Un materiale sintetico talmente diffuso da apparirci ormai del tutto normale, parte integrante e invisibile del nostro mondo. Mi basta guardarmi intorno per vedere che è ovunque: i tasti del computer su cui scrivo questo articolo, gli altoparlanti che ho davanti, parte delle pantofole che indosso, il pacchetto di nocciole che sgranocchio, la custodia protettiva del telefono, il caricatore, l’orologio appeso al muro, gli auricolari, il termometro digitale. Potrei voltarmi in qualsiasi direzione della mia stanza e vedere altrettanta plastica, in forme, strutture e composizioni diverse, ma pur sempre plastica.
Eppure, straordinariamente, tutto questo ottant’anni fa non c’era.
Il primo materiale che oggi potremmo definire plastica è stata la parkesine, creata nel 1862 in Inghilterra da Alexander Parkes. Si trattava però di un prodotto costoso, che non riuscì ad affermarsi su larga scala. È nel Novecento che la situazione cambia radicalmente. Nel 1910 il chimico belga Leo Baekeland brevetta la bakelite, la prima resina di origine completamente sintetica, destinata a diventare in breve tempo la prima plastica industriale di successo.
La plastica nel piatto e nel corpo
RSI Patti chiari 07.11.2025, 20:40
Da lì in poi il progresso accelera in modo esponenziale: nel 1912 il chimico tedesco Fritz Klatte inventa il polivinilcloruro (il PVC ancora oggi largamente utilizzato); nel 1913 lo svizzero Jacques Edwin Brandenberger sviluppa il cellophane, la prima plastica flessibile e trasparente, sebbene ancora di origine semi-naturale. A partire dagli anni Trenta, e ancor più durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, la produzione aumenta a dismisura: il petrolio diventa materia prima e i processi vengono industrializzati per la produzione di massa. Nylon, polietilene e polistirene risalgono proprio a questo periodo.
È da quel momento che la plastica entra dapprima nelle case urbane e borghesi, per poi diffondersi a macchia di petrolio (e qui la metafora è tutt’altro che casuale) anche nelle campagne, fino agli anni Sessanta, quando il suo trionfo diventa culturalmente definitivo, complice il drastico abbattimento dei costi per il consumatore.
Come spesso accade con le invenzioni che stravolgono la vita a livello planetario, inizialmente non credo si sia compresa la reale portata di ciò che stava accadendo: quale kraken fosse stato liberato. I chimici di inizio Novecento difficilmente potevano immaginare il flagello che le loro brillanti invenzioni avrebbero generato nei decenni e nei secoli successivi.
E non mi riferisco tanto al disastro ambientale che la plastica rappresenta oggi per gli oceani del pianeta e per i paesi più poveri, destinazione finale dei rifiuti plastici dell’Occidente — che, non senza una certa autoassoluzione tipica del nostro tempo, ha messo al bando le cannucce monouso — quanto piuttosto a ciò che la plastica incarna: il mondo dell’artificio. Il problema, in ultima analisi, non è la plastica in sé, ma l’abitudine all’artificio come scorciatoia esistenziale.

Un mondo in cui l’industria uccide l’artigiano, il basso costo prevale sulla lunga durata, il sintetico vince sul naturale, la quantità sconfigge la qualità, il finto combatte il vero: la volontà dell’uomo che interviene sull’ordine naturale delle cose.
La plastica segna un ulteriore passo nell’allontanamento dell’uomo dalla natura che lo ha plasmato, rafforzando l’illusione di esserne superiore. Ne deriva una società dal consumo vertiginoso, di oggetti come di esperienze, in cui tutto si sostituisce rapidamente e nulla mette radici. Finiamo così per confondere il reale con l’irreale, l’autentico con il sintetico, l’artificio con il vero.
L’artificio promette comfort, e il comfort priva l’uomo della possibilità di formarsi attraverso la fatica. L’artigiano di un tempo era maestro non solo della sua arte, ma della vita stessa: la lunga pratica lo conduceva a consapevolezza, saggezza e umiltà. Il processo di creazione era, in questo senso, un percorso spirituale trasformativo — qualcosa che l’imitazione sintetica della realtà non può offrire, per quanto perfetta appaia.
Immersi nel mondo dell’artificio rischiamo di perdere di vista ciò che siamo e di cosa facciamo parte; forse, però, la salvezza non è poi così distante: riconoscere il valore dei momenti reali che la natura ci offre, per non smarrire ciò che abbiamo di più autentico.



