Pet therapy

Un animale, probabilmente, non basta

La retorica del “pet che fa bene ai bambini” regge finché non la si misura. Gli studi mostrano un quadro più sfumato: non tutti i legami proteggono, non tutte le specie aiutano, e non ogni convivenza è terapeutica

  • Oggi, 08:00
  • 2 ore fa
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Di: Mat Cavadini 

Da anni viene detto che un animale in casa “fa bene ai bambini”. È diventato un mantra pedagogico, una verità di superficie che nessuno si prende più la briga di interrogare. Eppure, quando la ricerca prova a misurare ciò che la retorica dà per scontato, il quadro si incrina. Uno studio proveniente dalla Spagna, a cura dell’INMA (che ha seguito quasi duemila famiglie spagnole dalla gravidanza ai sette anni) ci restituisce un’immagine meno consolatoria: la presenza di un animale non migliora automaticamente la salute mentale dei più piccoli. In alcuni casi, la complica.

Il dato più sorprendente è che i bambini che non hanno mai avuto un animale mostrano, in media, gli indicatori più positivi. Non perché vivere con un cane o un gatto sia dannoso, ma perché il legame affettivo non è una formula magica. L’attaccamento — quella trama emotiva che unisce il bambino alla figura che lo accudisce — può estendersi agli animali, sì, ma non sempre, non comunque, non con la stessa intensità. E soprattutto: non tutti gli animali sono uguali.

I cani, spesso celebrati come co-terapeuti naturali, non mostrano effetti significativi. I gatti, al contrario, sembrano associarsi a un aumento dei problemi emotivi e comportamentali. Forse per la loro natura più indipendente, forse perché alcune famiglie li scelgono proprio quando il bambino manifesta fragilità, forse per la presenza di fattori biologici come la toxoplasmosi. Non è un verdetto, ma un segnale: l’animale non è un placebo emotivo.

Poi c’è il dato più inatteso: pesci, tartarughe, criceti — gli animali “minori”, quelli che la cultura considera decorativi — sembrano offrire una protezione costante. Non perché siano affettuosi, ma perché sono stabili. Chiedono cura quotidiana, richiedono attenzione, impongono un ritmo. Insegnano la responsabilità senza pretendere reciprocità. Sono, paradossalmente, i più pedagogici.

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Bambini e cani

La consulenza 19.03.2025, 13:00

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  • Carlotta Moccetti

Il punto non è stabilire una classifica morale degli animali domestici. Il punto è smontare l’idea che un pet sia un investimento psicologico garantito. La relazione con un animale è un ecosistema: dipende dall’età del bambino, dallo stile educativo, dalla continuità del legame. Dipende da come la famiglia interpreta la presenza dell’animale: come compagno, come terapia, come intrattenimento, come surrogato.

L’industria culturale, intanto, continua a vendere l’immagine del cane che guarisce, del gatto che consola, del cucciolo che salva dall’ansia. È una narrazione rassicurante, ma rischia di trasformare l’animale in un dispositivo emotivo, un oggetto di regolazione affettiva. E quando la realtà non coincide con la promessa, la delusione ricade sul bambino, non sul mito.

Forse la lezione più importante dello studio INMA è questa: non chiediamo agli animali ciò che dovremmo chiedere agli adulti. Un pet può aiutare, certo. Può insegnare empatia, responsabilità, calma. Ma non può sostituire la presenza, l’ascolto, la cura. Non può essere il garante della salute mentale di un bambino.

Gli animali non sono terapie ambulanti. Sono vite che si intrecciano alle nostre. E come ogni relazione, funzionano solo quando non vengono caricate del compito impossibile di riparare ciò che non vogliamo guardare.

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