Mia madre, la mia bambina

Quando la senilità ci insegna l'eroismo

di Marco Alloni

Non vorrei indugiare sul caso personale, ovvero su come io stia osservando il dispiegarsi della senilità di mia madre. Ma allo stesso tempo non vorrei ignorare che proprio da quello prendono corpo queste mie considerazioni generali.

Ebbene, ciò che la tempra inossidabile di mia madre mi ha insegnato è che nella senilità sono racchiusi alcuni dei grandi misteri dell’essere umano. Tanto per cominciare la capacità – per certi versi inverosimile – di conferire un significato all’esistenza pur all’interno di un radicale assottigliarsi degli orizzonti.

È quella che Darwin avrebbe chiamato la disponibilità all’adattamento portata alle estreme conseguenze. Laddove a viaggi per il mondo e a grandi aperture sociali si avvicendano gli angusti spazi di una sedia a rotelle e di un refettorio per soli anziani, qualcosa sembra resistere alla rassegnazione: una forza inumana in grado di ridefinire i parametri del senso.

I nodi di Arnoldo

I nodi di Arnoldo

Di Michael Beltrami (Archivi RSI, 2009)

Non si può più conferire un significato alla vita partendo dai progetti, dalle grandi avventure dello spirito, dalla ricerca e dalla conoscenza degli altri? Ci si affida allora, negli scampoli di felicità che la demenza e la senilità concedono, a un pensiero che parametra il desiderio e abbellisce i profili del quotidiano. E se un tempo ci si dava uno scopo nell’educazione dei figli, nella gestione degli affari domestici, nella formazione professionale e a volte artistica, adesso si adatta lo sguardo e la mente alle risorse del quasi nulla che ci attornia. Non si aspira più alle grandi svolte, ma si continua ad aspirare, a desiderare, a progettare, quasi ricalibrando il piacere, con eroica tenacia, sul possibile.

«Vorrei andare a vedere quell’albero in fiore», «Portatemi sulla veranda, oggi è una giornata magnifica», «Dobbiamo parlare con il riparatore della macchina del caffè».

Quisquilie che si dilatano fino a diventare orizzonti di senso, per quanto di un senso estorto con le unghie all’anomia e all’apatia dell’attesa terminale. Tutto il patrimonio della personale realizzazione dell’Io si è consumato, ma un residuo di ricchezza è ancora disponibile: una palla, un regalo, una visita, un sorriso, una battuta, una carezza. La vita non muore mai del tutto. Soprattutto mai muore la capacità di esaltarne l’infinitamente piccolo, l’insignificante.

Il volo del tempo

Il volo del tempo

Di Renato Pugina (Archivi RSI, 2006)

Ma non solo. Quando persino queste fragilissime suggestioni scompaiono, quando il nulla sembra riprendere possesso delle cose, quando fra la sedia a rotelle e il mondo non sembra più esserci che un muro da fissare in attesa del pasto o della pennichella, la mente sa produrre l’indifferenza: la ricchezza del congedo. Ho visto mia madre spegnere lo sguardo, come a comando, appena mi allontanavo dalla sala dove ristava insieme agli altri degenti, quasi conquistasse il nulla invece di soccombervi. Aveva ancora questa capacità: conquistare l’indifferenza, calarsi in un adattamento cosmico, l’adattamento al nulla, il più darwiniano dei miracoli di natura.

E dire che poco prima, nei suoi sobbalzi di lucidità, tra una rievocazione strampalata e un accostamento senza coerenza, la fiammella dell’umorismo era ancora accesa nelle sue frasi. In quelle condizioni, con un istinto quasi sovrannaturale, scherzava.

Come se in quella leggerezza fosse una grande saggezza irrinunciabile: riportare il disastro della vita all’ironia. Nel cancellare nel riso, in una battuta, la spietatezza della biologia.

Le sorelle Guerra

Le sorelle Guerra

Di Francesca Molo (Archivi RSI, 2003)

Ho ammirato mia madre da demente più di quanto l’abbia ammirata da lucida. Ho ammirato in lei quel fondo divino che resiste a ogni possibile abbrutimento. E ho ammirato la natura eterna di questa nostra condizione che si chiama vivere: ogni suo sguardo sul passato e sul presente è diventato uno sguardo di bambina, come se non ci fosse più che questa eroica difesa al tempo che si consuma: ricominciare con la fantasia ogni cosa da capo, fargliela vedere, al tempo, che alla fine vinciamo sempre noi, decidiamo noi per lui e non viceversa.

Mia madre, la mia bambina, titolava Ben Jelloun un suo romanzo dedicato alla madre affetta da Alzheimer. È un titolo che vale un tributo, lo stesso che vorrei rivolgere ora a chi mi ha messo al mondo.

Ho imparato più da una anziana madre in carrozzina, persa in cieli senza contorni, che da mille letture e mille incontri appassionati con appassionati viaggiatori del mondo.

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