Oltre la tecnica

Manifesto per un nuovo modo di pensare

di Mattia Cavadini

Mai come nell’ultimo secolo l’umanità ha avuto a disposizione mezzi tecnici e tecnologici per realizzare i propri fini e addomesticare la natura. Se, però, guardiamo i risultati che sono stati ottenuti grazie al dispiegamento tecnico e tecnologico, ecco che ci accorgiamo che i mezzi che abbiamo creato hanno di fatto preso il sopravvento sui fini, sono diventati fine e se stessi, e hanno generato risultati spesso opposti rispetto a quelli per cui sono stati creati. Tanto che le maggiori fonti di paura e di incertezza sono oggi conseguenza proprio delle nostre innovazioni tecniche e non, come un tempo, di una natura matrigna e selvaggia.

Ciò che oggi ci priva della nostra libertà e che ci rende degli ologrammi inutili e superflui, è la robotizzazione, l’automazione, la digitalizzazione. Ma questa non è che l’ultima tappa di una lenta e inesorabile autoesclusione del genere umano dai processi destinali del mondo. Il processo di fagocitazione dell’uomo da parte della superpotenza tecnica e tecnologica ha infatti origine già a partire dall’inizio del secolo scorso, con l’introduzione della catena di montaggio.

La tecnocultura

La tecnocultura

Incontro con Umberto Galimberti (Archivi RSI, 1999)

 

Se si pensa a tutte le grandi insidie che hanno segnato l’ultimo secolo, ecco che ci si accorge che esse sono derivate proprio dal mondo fabbricato: l’effetto serra, il buco nell’ozono, le catastrofi ambientali, la mucca pazza, … L’uomo, da soggetto che usava gli strumenti tecnici per garantirsi i propri fini, è diventato il servo dei propri strumenti, o meglio, ne è stato asservito.

Esempio lampante dello sviluppo tecnico che si rovescia in distruzione di senso, in paura che annienta e immobilizza il genere umano, è stato Hiroshima. La bomba atomica ha mostrato il carattere contraddittorio della tecnica, la sua infinita potenza distruttiva e la sua ingovernabilità. Questa tragedia, che Oppenheimer definì come il più grande peccato del genere umano, manifestò l’inarrestabile volontà di potenza della tecnica, che, incurante dei limiti etici, convertì l’umano in disumano, il razionale in irrazionale.

Con la bomba atomica scompare l'idea di una tecnica che sia possibile addomesticare dentro un orizzonte etico ed umano e appare in modo inconfutabile il carattere mostruoso e onnipotente della tecnica. All'esemplarità di Hiroshima possiamo accostare altri fenomeni, forse meno esemplari ma altrettanto eloquenti. Chernobyl, il buco nell' ozono, i disastri di Seveso, di Schweizerhalle, Fukushima…. La tecnica, nell’ultimo secolo, ha posto l'uomo di fronte al mostruoso, di fronte al troppo grande che lui stesso ha creato e che non riesce più a controllare e comprendere.

Di fronte questo sfondamento dell’umano, due grandi figure, Heidegger e Einstein, hanno parlato della necessità di rivoluzionare il nostro modo di pensare, di fondare un nuovo umanesimo che ponga dei limiti alla supremazia della tecnica.

Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l'uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere attraverso un pensiero meditante un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca (Martin Heidegger).

Con queste parole Martin Heidegger, nel 1959, anticipava la riflessione che si fa oggi, di fronte alla quarta rivoluzione industriale, ancora più pressante. Come governare l'ingovernabilità della potenza tecnica e tecnologica? Come arginarla? Oggi, dove tutto è artificiale, numerico, digitale; dove noi esseri umani siamo dei profili, dei dati, dei numeri che danzano su piattaforme virtuali, risulta difficile pensare che l'uomo possa riappropriarsi dell'apparato tecnico. Quella che era un'illusione negli anni 60, ovvero che la tecnica dipendesse da un potere, e che bastasse riprendere in mano questo potere per controllarne la mostruosità, sembra oggi tramontata. È ormai chiaro che non vi possa essere alcun potere in grado di controllare l'intero apparato tecnologico e alcun uomo in grado di governarlo (semmai vi sono persone e aziende che lo cavalcano, facendone profitto).

E allora come se ne esce? C’è chi invoca l’etica. Temo però che in questo campo l’etica possa fare poco. Sia l’etica dell’intenzione (insieme kantiana e cristiana), secondo la quale se compio delle azioni corrette per la mia coscienza, qualunque siano le conseguenze, io sono eticamente a posto: questa etica non funziona di fronte alla tecnica e non ci libera dal nostro esserne in balìa. Sia l’etica della responsabilità (Weber, Jonas), secondo cui io sono responsabile anche degli effetti che produco (e non solo delle intenzioni): anche questa etica non funziona in questo ambito perché la tecnica genera degli effetti imprevedibili. L’etica, insomma, non sembra offrire grandi ausilî nell’addomesticamento della tecnica. Essa può di fatto solo inseguirla, venire dopo. Ad esempio: la tecnica trova il modo di clonare gli individui e l’etica può, a posteriori, dire la sua parola, che però resta una parola impotente, incapace di impedire alla tecnica di fare ciò che è in suo potere.

Ingovernabile, ma anche indispensabile; distruttiva, ma anche generativa: la mostruosità della tecnica sta nella sua viziosità. Una viziosità che appare infrangibile, chiusa su se stessa, mossa da una volontà di potenza inarrestabile. A meno che lo spazio progettuale non riscopra altre polarità, capaci di riarginare la ferita disumana.

Scienza e metafisica
Scienza e metafisica Incontro con Luciano Valle (a c. di Mattia Cavadini, Achivi RSI, 2002)
 

La via, infatti, è solo una: lunga, difficile, fors’anche utopica. Ovvero una rivoluzione culturale che relativizzi il primato della scienza, che ne scardini il suo ergersi a religione e che la metta in relazione con le altre istanze del sapere. Questo non vuol dire negarne le scoperte, ma orientarle dentro un universo epistemologico che si basi sull’idea della relazione. Tutto è relazione. Noi siamo in relazione con le piante, con gli animali, con i minerali, con gli elementi naturali, ed è questa relazione che occorre salvaguardare. In questo progetto la tecnica ha un ruolo importante, purché tenga conto dei dettami dell’eco- e della biocompatibilità, o in altre parole purché sia armonizzata con i valori della vita e delle cose (e questo in tutti gli ambiti, dall’agricoltura all’urbanistica, dalla ricerca medica all’ingegneristica, …).

Si tratta, in buona sostanza, di mettere in campo una rivoluzione culturale, una rivoluzione che tenga conto della salvaguardia della complessità dell’universo, in cui non c’è un dominatore (l’uomo) ma infinte relazioni la cui armonia va perturbata il meno possibile. Solo inserendo la tecnica dentro questa utopia progettuale, frutto di una visione olistico-dinamica, l’essere umano non sarà più condannato al post, come diceva Rilke, ovvero a venire e ad agire dopo i danni causati dalla tecnica, ma sarà tutore compartecipe della bellezza del reale. Una rivoluzione culturale che, del resto, già Einstein aveva professato:

Il nostro mondo è di fronte ad una crisi, di cui non si sono accorti coloro che hanno il potere di prendere grandi decisioni. La potenza dell’atomo scatenata, ha mutato tutto tranne i nostri modi consueti di pensare, e noi andiamo alla deriva verso una catastrofe senza precedenti. Dobbiamo fare una campagna nazionale per far conoscere agli uomini che il nuovo modo di pensare è essenziale, se l’umanità vuole sopravvivere e raggiungere livelli più alti. Dobbiamo rivoluzionare il nostro modo di pensare, rivoluzionare il nostro modo di agire (Albert Einstein).

Albert Einstein
Albert Einstein A cura di Luciano Valle (Archivi RSI, 2006)
Condividi

Correlati