Revisionismo

A pardossale difesa di Giampaolo Pansa

La scomparsa del giornalista Giampaolo Pansa riporta al centro del dibattito uno dei più controversi temi della contemporaneità: il «revisionismo». Naturalmente a tale dibattito non tardano ad affacciarsi, con macabra immediatezza, i paladini della rivista MicroMega, che già dal titolo di un articolo di Nicola Caprioni ricordano: Pansa è morto. Ora bisogna distruggere il “pansismo”.

Non sta certo a noi rammentare la pìetas cattolica che Pasolini riservava ai suoi acerrimi nemici quando si trovava al cospetto della loro morte (o prima ancora della loro mortalità). Né, se vogliamo estendere la sua denuncia all’estrema sinistra, ricordare quel tragico passaggio di Poeta delle ceneri in cui affermava: Sì, anche il comunista è un borghese. Ognuno attinge al proprio cinismo nei tempi che gli sembrano più congrui, e come può scegliere di ricordare lo «stupro» di Brando in Ultimo tango a Parigi quando Bertolucci ha da poco esalato l’ultimo respiro, allo stesso modo può evocare la distruzione del «pansismo» due ore dopo che Pansa è stato distrutto dall’inesorabilità cui la morte ci consegna.

 

Ma, al di là dei rilievi psicologistici, la questione merita certamente un interrogativo: esiste davvero un confine fra libera espressione del pensiero e revisionismo storico?

Ovviamente la risposta più immediata è: sì, negare la Shoah (alla Irving) è intollerabile, antistorico e in effetti negazionistico. E qualsiasi forma di deliberata mistificazione della realtà dei fatti è da reputare criminale. Detto questo non dimentichiamo però che il termine «revisionismo» – che prende corpo in ambito «marxista», dal «socialismo riformista» al rifiuto delle socialdemocrazie europee di chinarsi ai diktat del PCUS alla spallata anti-stalinista di Kusciov – evoca qualcosa di estremamente friabile: l’accordo profondo e indissolubile fra pensiero, libertà di pensiero e ideologia.

In questo senso ogni revisionismo diventa, dal punto di vista meramente ontologico – l’unico che qui ci interessa – lecito e incontrovertibile. Almeno nella misura in cui la Storia è sempre stata disegnata e illustrata non già in termini di oggettività astratte (non ulteriormente problematizzabili) bensì da chi deteneva e detiene il potere di promuoverne questo o quel senso, ovvero questa o quella ideologia.

Prova ne sia che a destra e a sinistra nessuno si è mai risparmiato dal revisionismo: né chi, eludendo una critica «alla Solženicyn» allo stalinismo, come è stato il caso di Domenico Losurdo, ha di fatto avallato l’idea che l’unico revisionismo intollerabile sarebbe quello «neofascista», né chi, eludendo una critica «alla Gramsci» al fascismo, come in parte è stato il caso di Pansa, ha di fatto avallato l’idea che l’unico revisionismo intollerabile sarebbe quello «neostalinista» dei promotori di una Resistenza immacolata e priva di ombre.

 

Insomma, chi oggi grida allo scandalo del revisionismo di Pansa difende senz’altro, da una parte, valori costituzionali, democratici e pacifistici di tutto rispetto. Ma dall’altra pretende dalla Storia un’oggettività che non ha mai avuto, essendo per definizione la Storia una perpetua contesa tra nemici che si presumono entrambi il Bene, scordando che le loro vittorie temporanee non sono nient’altro che espressioni della versione dei fatti – per citare un emblematico romanzo di Banville – imposta dagli uni sugli altri.

Qualcuno dirà: questo qualunquismo, questo fatalismo, questo disfattismo nei confronti dei «valori» su cui è fondata la nostra fragile democrazia post-fascista – questo ignorare che siamo al cospetto di conquiste capitali come l’abbattimento di tiranni quali Hitler, Stalin, Tito, Salazar, Mussolini e Franco – ha il sapore dell’ignavia. Certamente. Da un punto di vista meramente congiunturale, costui ha senz’altro ragione. Ma nello spettro più ampio della Storia in quanto ontologia del potere la domanda rimane: chi può dire se tutto non è revisione e revisionismo? Quando il capitalismo avrà distrutto il pianeta, per esempio, non sarà opportuno rivedere i fondamenti «nobili» delle democrazie che l’hanno prodotto, domandandoci se il grande crimine della Modernità non sia stato magari lo stesso Progresso di cui oggi ci fregiamo come espressione della nostra irrecusabile elevatezza?

Punti di vista, l’infinita vertigine dei punti di vista. Questo soltanto – pur non avendolo mai amato – mi sentirei di dire in difesa di Giampaolo Pansa.

Marco Alloni
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