Suicidio del capitalismo

Quando i migranti travolgeranno la borghesia

di Marco Alloni

Ogni volta che sento parlare di migrazioni dal Terzo Mondo all'Occidente, ogni volta che io stesso ne parlo, concedendo alla mia «cattiva coscienza» il lusso di discuterne, rabbrividisco. E ogni volta so che in questi miei brividi è lo stigma della vergogna. Una vergogna etica, ma pur sempre intessuta del doloroso – borghesemente doloroso – sentimento della colpa.

Se infatti io parlo – noi parliamo, straparliamo – della Grande Migrazione come di una tragedia – o per meglio dire della tragedia che grida il disastro del mondialismo – al fondo della nostra «coscienza infelice» sappiamo che al suo cospetto l'unica verità non è la nostra posizione morale, ma la nostra irriducibile colpa.

Colpa pregressa: di averla prodotta, la Grande Migrazione, con secoli di capitalismo e colonialismo selvaggio, predatorio e debilitante, senza prevederne la vendetta. Ma anche colpa attuale: di non essere disposti a risolverla, la Grande Migrazione, se non nel segno della retorica e dell'astrazione.

Lasciamo pietosamente da parte la colpa pregressa: ai mea culpa storici sono inclini soltanto quei pochi che la Storia la leggono come logica di sopraffazione, come espressione della «volontà di potenza» insita in ogni potere. Ma quanto alla colpa attuale prendiamone atto: finché non avremo assunto nel quadro delle nostre responsabilità la colpa di discutere di migrazioni solo retoricamente, rinunciando a rinunciare, astraendoci dalla colpa, ogni soluzione politica sarà mero intellettualismo.

O come altrimenti definire se non retorico, o intellettualistico, il dibattito che, nel valutare le possibili uscite dalla tragedia della Grande Migrazione, tutto comprende nel proprio cerchio tranne l'ipotesi che mai se ne uscirà senza abdicare al nostro privilegio borghese?

Certo, sinistra della «tolleranza» e destra dei «respingimenti». Sembrerebbe questa – o questa viene reiteratamente ritenuta – la grande dicotomia. In realtà destra e sinistra parlano dallo stesso scranno: gli occidentali in disputa si scontrano dagli stessi studi televisivi, sotto le stesse giacche e cravatte, dietro gli schermi degli stessi computer, sazi delle stesse cene e avidi degli stessi pedalini, delle stesse crociere, del medesimo way of life. Hanno appartamenti confortevoli, un'auto, contratti di lavoro, stipendi, conti in banca, la nota panoplia del benessere. Ecco, la vera dicotomia è fra la loro identica borghesia e la miseria di coloro di cui parlano, straparlano, parliamo, straparliamo. Non la dicotomia fra loro.

Pochi risolvono sul piano della loro esistenza personale, privata, economica, sociale, concreta, la contraddizione insita nelle colpe borghesi: qualche missionario laico, qualche volontario senza salario, i poveri sinistrati simili ai migranti. Gli altri, indistintamente, parlano – parliamo – dall'altare del privilegio e ribadiscono – ribadiamo – nella retorica, nell'intellettualismo, che di soluzioni alla Grande Migrazione possono esserne trovate solo altrove dalla rinuncia, dal sacrificio, dalla contraddizione alla radice dello stato borghese.

Quasi nessuno avanza inoltre come imperativo il dovere al ripensamento del capitalismo. O per essere più precisi, il sospetto che finché il meccanismo dell'arricchimento selettivo insito nel capitalismo non sarà osservato come causa ultima dell'impoverimento del pianeta a beneficio della nostra ingordigia borghese, dei nostri comfort, dei nostri lussi e delle nostre superfluità, ogni discorso a stomaco pieno e cravatta inamidata sarà fatua esternazione di desiderata.

Un'umanità consapevole della propria colpa verso i migranti è un'umanità che si dispone a due sole prospettive: o attiva un modus vivendi  fondato sulla rinuncia, promuovendo così quell'equalitarismo planetario che solo può scongiurare la Grande Migrazione, o si predispone a soccombere alla rabbia degli esclusi.

Tertium non datur.

Sarebbe saggio, allora, liberarsi del compiacimento della nostra fortuna per cederne in parte ad altri democraticamente prima che altri se ne approprino violentemente. Fino a quel momento – finché la politichetta del difensivismo non si tradurrà in Politica delle redistribuzioni – possiamo stare certi che i nostri privilegi avranno le ore contate.

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