Sulla scrittura

Ispirazione o lavoro?

Il primo verso te lo danno gli dèi, agli altri devi pensarci tu.

Più o meno con questa formula Paul Valéry risolveva l’annosa questione dell’ispirazione. Vale a dire: ammesso e non concesso che l’ispirazione esista, vagheggiare di poter realizzare un’opera (fosse pure un brevissimo sonetto) in grazia di ispirazione è puro infantilismo. 

Eppure è convincimento diffuso che l’azione delle cosiddette Muse sia conditio sine qua non per la realizzazione di capolavori letterari, soprattutto in ambito poetico. Una certa immagine vorrebbe il poeta – o lo scrittore in genere – «in comunicazione» con «sfere altre» inattingibili ai comuni mortali, possibilmente accucciato su un promontorio a osservare «infinite lontananze» e prodigiosamente «in ascolto» dei vertiginosi messaggi della Poesia. Ovvero: risparmiato dal doversi sporcare le mani per giungere a qualche verso di significato, essendo egli «toccato», letteralmente «visitato», dall’ispirazione come «parola compiuta».

A questo abbaglio sono particolarmente soggetti i cosiddetti neofiti, che al cospetto della pagina bianca tutto si preoccupano di considerare tranne la necessità di misurarsi con le fatiche dell’artigianato, dell’errore, della riformulazione, della cancellatura e dello smacco: preferendo il più sublime spirito dell’«attesa», ovverossia della «rivelazione», convinti che davvero dal «cielo» possano giungere, oltre a sentimenti e visioni, anche i costrutti verbali per darvi forma.

Significa questo che l’ispirazione semplicemente non esiste? Non saremmo così drastici. Ma se una qualche economia della creatività potesse presentare un conteggio degli elementi essenziali alla composizione di un’opera, forse l’ispirazione sarebbe in qualche modo un fanalino di coda, mentre determinanti alla consistenza di un lavoro di pregio sarebbero più realisticamente: 1) La vita vissuta con tutti i sedimenti di coscienza e sguardo che porta con sé; 2) La lettura meticolosa di una gran quantità di libri; 3) Il lavoro di gomito per approssimare il più possibile, con fatica e accanimento, l’idea di racconto al racconto vero e proprio in quanto forma estetica.

Poi, naturalmente, prima o durante questi indugi nella dimensione artigianale ed esistenziale – ripetiamolo, fondamentali alla realizzazione di un’opera – qualche oncia di ispirazione è sempre benvenuta. Ma appunto come corredo o spunto e non certo come soluzione in sé.

Detto questo: è allora sufficiente alla creazione di un testo letterario la cosiddetta buona volontà? Chiunque abbia determinazione e ambizione, forza di volontà e spirito di sacrificio, potrebbe diventare un grande scrittore? Basta liberarsi dell’equivoca illusione dell’ispirazione come soluzione e l’opera potrà dirsi intrapresa?

Anche questa è una forma di ottimismo puerile a cui molti cosiddetti «impiegati della letteratura» pensano di potersi affidare senza patemi. Ma purtroppo nemmeno la semplice determinazione è garanzia sufficiente perché un’opera sia qualcosa di più di una collezione anonima di significanti. Affinché l’opera sia opera, la letteratura letteratura, la poesia poesia, è imprescindibile che lo scrittore conosca la vertigine della possessione, che in soldoni è la percezione – a volte inebriante, a volte abissale, disperante – di non poter vivere senza scrivere. Anzi, di ritenere una vita priva di scrittura una sorta di non-vita.

Lungi dall’essere questo «demone elettivo» o questa «possessione genetica» in qualsiasi modo assimilabile al concetto di ispirazione, esso è in effetti il deus ex machina di qualsiasi lavoro creativo risparmiato all’inconsistenza del mestierismo. Ma naturalmente questo dono è prerogativa di alcuni e non di tutti e non può risolversi se non nella sua accettazione. Perseguirlo (se non esiste) equivale a trasformarlo da vocazione in atteggiamento sociale con tutte le aberrazioni che ne conseguono.

Ispirazione o fatica, dunque? La dicotomia è quasi insensata. Meglio formulare una diade più persuasiva: vocazione e fatica. Laddove infatti non esiste vocazione, la fatica immane di pervenire a un’opera di pregio non è umanamente affrontabile, come nessuna fatica in sé può probabilmente sopperire, se non per qualche ora di fatale illusionismo, all’assenza di vocazione.

Marco Alloni
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