Giornate letterarie 2026

A Soletta tra imbavagliamenti, autotraduzioni e rigore elvetico

Corinne Desarzens e Lukas Bärfuss, Dorothee Elmiger e Antoine Rubin... 150 eventi per 70 scrittori, in 3 giornate ordinate ma eclettiche allo stesso tempo

  • Ieri, 17:19
  • Ieri, 17:43
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  • Fotomtina
Di: Valentina Grignoli 

Mentre leggo notizie di file interminabili per vedere star della letteratura o per accedere a stand di editori allestiti come vere e proprie opere artistiche in altri Saloni in voga questi giorni, io a Soletta mi bevo un succo di mele tra i fiori del mercato e mi godo il musicale chiacchiericcio multilingue. Le giornate letterarie, forse proprio perché in posizione, se non centralissima, quantomeno bella incastonata, raccontano la Svizzera già nel loro modo di presentarsi: sono ordinate, ma eclettiche. E quel che si incontra qui, più che i grandi nomi, è uno sguardo che con il suo rigore - elvetico - mostra le sue contraddizioni e racconta il mondo attuale senza correre il rischio di essere banale.

La fila per l'incontro con Dorothee Elmiger

La fila per l'incontro con Dorothee Elmiger

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Sì, perché i linguaggi, dopo le lingue, sono molteplici, dalla performance alla lettura a tavolino, dalla tavola rotonda alla declamazione, dalla cerimonia all’aperitivo: 150 eventi per 70 scrittori, per dare un po’ i numeri. Io intanto respiro e catturo con piacere, da quell’affascinante struttura che è il museo d’arte o dal loggione del vecchio teatro della città, una ventata di freschezza, colori e calore. Ché, anche se il tempo è tutto grigio e la pioggia fa affrettare il passo, la locandina campeggia multicolore sui muri, e cuori di cristallo (quelli che si mettono alle finestre per irradiare la luce in tutta una stanza) volteggiano senza sosta dalle bandiere sul ponte, vedette psichedeliche d’accesso ad altri mondi.

Sì, ci sono le star anche qui. Ma sono ribelli, del tappeto rosso non sanno che farsene e sicuramente non amano attraversarlo col naso all’insù o i fari puntati. Parlo di Corinne Desarzens, Gran premio di letteratura 2026, che in occasione della cerimonia di premiazione ha tentato di imbavagliare (giocosamente) la consigliera nazionale Baume-Schneider con il proprio elegante foulard per l’imbarazzo di una laudatio forse troppo appassionata, per poi ringraziare i suoi colleghi scrittori. O Lukas Bärfuss, l’autore elvetico forse più importante, che autotraduce in diretta i suoi interventi durante una tavola rotonda dedicata al Ruolo della politica nella scrittura. Lo fa non tanto per il pubblico, germanofono, ma generosamente per i suoi commensali alla tavola (Tommaso Soldini e Fanny Vaucher), affinché le argomentazioni si possano ben amalgamare e il discorso scorra solido.

Mara Travella e Noemi Nagy, 2026

Mara Travella e Noemi Nagy, 2026

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La politica a Soletta è nella democrazia multilingue, modalità che offre la possibilità di accedere a discorsi in forma tridimensionale, perché così con sé gli autori portano non solo le loro opere ma anche la profondità della propria cultura. E nella democrazia delle proposte, per lo spazio – equo – dato a letterature minori, per numeri, del nostro paese, come quella italofona (con Noemi Nagy – Sottopelle, Fabiano Alborghetti e Noè Albergati tra gli altri) o quella retoromancia (Asa Hendry). Largo spazio ai giovani autori poi, in questo festival che vede anche la traduzione al centro e Viceversa (il cui prossimo numero è stato presentato venerdì dalla freschissima direzione al comando) ne è un importante strumento.

Noemi Nagy
02:46

Noemi Nagy. Sottopelle

RSI Cult+ 18.02.2026, 14:49

  • Giorgia Fasola / Luca Bassi

Per uno sguardo sul mondo, la tavola rotonda Scrittura in esilio (con Asmaa Azaizeh, autrice palestinese di The Year Of Small Museums, Stella Gaitano attivista per i diritti umani e scrittrice sud-sudanese, e Laurène Southe, ventiseienne Child Of Congo Where it all began). Ma non solo, a Soletta anche sguardi su maternità differenti (Maternités: quand donner la vie ne va pas de soi), che rifuggono le norme, che trasformano i corpi e rivendicano un altro rapporto con la medicina, a voltre grazie proprio alla scrittura. Si passa quindi inevitabilmente anche alla famiglia, come raccontarla, e anche alle sue pesanti eredità. Penso a Silvia Ricci Lempen, che in Mal de fer dice di violenza psicologica, e al già citato Bärfuss che dopo il padre e il suo cartone ritrovato ora ci parla della madre anaffettiva e assente in Königin der Nacht.

Io mi porto a casa Calcaires, del Premio svizzero Antoine Rubin e Un monde en liquidation – Histoires postglaciaires di Thierry Raboud: ghiaccio e calcare insomma, investigazioni materiche e umane che ci aiutano a tornare coi piedi per terra per capire – forse – come abitare oggi il mondo.

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