Letteratura

Bertolt Brecht

L’arte è un martello che plasma la realtà

  • 10 febbraio, 07:56
Bertolt Brecht
Di: Maria Chiara Fornari

«Wer die Wahrheit nicht weiß, der ist bloß ein Dummkopf. Aber wer sie weiß und sie eine Lüge nennt, der ist ein Verbreche»
«Chi non conosce la verità è solo uno sciocco. Ma chi, conoscendola, la chiama menzogna è un criminale»
(Vita di Galileo, Bertolt Brecht)

Drammaturgo, poeta, regista teatrale, saggista e autore di canzoni indimenticabili Bertolt Brecht nasce in Germania, ad Augusta, il 10 febbraio 1898.
Fin da ragazzo scrive poesie alcune incredibilmente intrise di patriottismo e di solidarietà per i soldati tedeschi impegnati nel conflitto, incredibilmente per quel che sarebbero state le sue posizioni più avanti. Studia medicina che abbandona per lettere, ma che frequenta in modo discontinuo. Nel 1918 viene chiamato alle armi come infermiere e basta un mese al fronte perché le forti perplessità riguardo al nazionalismo si trasformino in preoccupazione per chi sceglie di seguire la propaganda e va "a morire per la patria". Un’autentica sciagura per la Germania come espresse nella famosa poesia dai toni paradossali La leggenda del soldato morto (1918).

«E siccome non c'erano speranze
di pace dopo quattro primavere,
il soldato tirò le conseguenze:
da eroe volle cadere.

Ma la guerra non era ancora in porto,
per questo al Kaiser spiacque
che il suo soldato se ne fosse morto;
in anticipo gli parve [...]»
(La leggenda del soldato morto, Bertolt Brecht)

Una poesia particolarmente significativa perché contiene già temi e modalità espressive care a Brecht, che svilupperà in tutta la sua opera a venire. Una narrazione libera da condizionamenti della narrazione e del teatro borghese una tensione a raccontare le sorti ingiuste degli ultimi con una, neanche troppo velata, ironia straniante. Per Brecht è troppo importante attirare l’attenzione dello spettatore, sconvolgere la sua abituale percezione della realtà per capire cosa ci sta sotto, sopra, di fianco, attorno. Troppo importante ridestare dal torpore i più per farli entrare nelle pieghe della storia, nelle sofferenze della povera gente, degli emarginati. Finalità che condivide con gli ambienti creativi delle avanguardie artistiche tedesche che frequenta a Monaco e Berlino. Se da una parte ne assorbe l'impegno e il sarcasmo, dall'altra non riesce a sposarne appieno la vena di speranza, che fatichiamo a trovare nelle sue opere. Sono tempi troppo neri per covare speranze.
Nei primi anni ‘20 cresce la sua coscienza politica e a Berlino frequenta gli ambienti socialisti. Una coscienza politica che è alla base delle sue prime opere, profondamente influenzate da Hegel e Marx, letture assolutamente determinanti per l'intera sua scrittura teatrale.
Nel 1928 scrive la commedia L'opera da tre soldi su musica di Kurt Weill ed è un grande successo teatrale. Nel 1930 è la volta di Ascesa e caduta della città di Mahagonny cui seguì nel 1930 La linea di condotta, il primo dramma didattico che rappresenta appieno il momento di conversione all'ideologia marxista.

Già nel 1930 i nazionalsocialisti disturbano le rappresentazioni delle opere di Brecht nei teatri tedeschi e nel 1933 interviene la polizia. La rappresentazione di La linea di condotta (Maßnahme) viene interrotta da un'irruzione della polizia e i produttori dello spettacolo vengono accusati di alto tradimento. Brecht viene condannato dal regime nazionalsocialista e esiliato.
Il giorno seguente allo storico incendio del Reichstag, il 28 febbraio del 1933, con i famigliari e alcuni amici, Brecht lascia Berlino e si reca in Svizzera (fu anche in Ticino: Carona, Agra, Comologno e Montagnola), Svezia e a Skovsbostrand, presso Svendborg, in Danimarca, dove rimane per cinque anni (e dove nascono le "Poesie di Svendborg", considerato il punto più alto dell'opera poetica brechtiana) e infine approda negli Stati Uniti. Un periodo tormentato e non facile: le contingenze e l’esilio lo obbligano, in un primo momento, ad allontanarsi dal teatro, lavora per l'industria cinematografica a Los Angeles. Nel 1935 il Terzo Reich gli ritira la cittadinanza tedesca.

L’esilio non zittisce Brecht, anzi lo anima di una vitalità espressiva qualitativamente e quantitativamente ricca e proprio durante gli anni della guerra scrive saggi, drammi, allegorie. Tra le più importanti produzioni Vita di Galileo (1939) dramma storico che costituisce il manifesto intellettuale di Brecht e in cui esprime la necessità dell'impegno civile e della responsabilità morale da parte dello scrittore. Per lui la missione dell'intellettuale è diffondere la verità a dispetto di ogni censura.

Bertolt Brecht

RSI Dossier 24.05.2017, 10:56

Il teatro epico
Oltreché per l'impegno civile, Bertolt Brecht viene ricordato per la sua rivoluzione teatrale. Il suo teatro che intende denunciare le contraddizioni del sistema capitalista vuole tendere a sollecitare il giudizio critico dello spettatore piuttosto che, come in uso nel teatro borghese, far leva sull'emotività.
Gli spettatori, per Brecht devono essere criticamente svegli, capaci di orientarsi, capaci di trovare nel teatro un insegnamento e uno stimolo a trasformare la società. Il suo teatro non produce illusioni, bensì provoca riflessioni, idee e pensieri. Il suo scopo non è quello di intrattenere il pubblico ma di farlo ragionare. Brecht propugna l'idea di un teatro che sia uno strumento di analisi della realtà. Insomma il teatro epico di Brecht non tollera un pubblico passivo.

Una forma di teatro che si avvale di una particolare tecnica di recitazione: la tecnica dello straniamento. L'effetto di straniamento è distanza che l’attore suscita nello spettatore non permettendo che egli si identifichi con il personaggio o con la natura umana dello stesso. La recitazione, la musica e la scenografia per Brecht collaborano a raggiungere una rappresentazione in grado di sollevare lo spettatore dall'automatismo percettivo per condurlo ad essere in grado di sviluppare una maggiore coscienza critica e pure politica.

Vita di Galileo (Rete Due, 25 dicembre 2017)

RSI Dossier 07.02.2023, 22:53

  • Keystone

La poesia, le canzoni
Nella teoria brechtiana del teatro epico lo spettatore non deve immedesimarsi in ciò che vede in scena e in questo senso vengono in aiuto la musica e le canzoni, che creano la "giusta distanza". Fu per lui indispensabile far confluire, nelle sue opere, la sua passione per la musica, coinvolgendo alcuni dei più importanti musicisti classici della Germania di Weimar: Paul Hindemith, Kurt Weill (fra i maggiori musicisti della Berlino degli anni venti-trenta) e Hanns Eisler, noto per aver composto l’inno della DDR. Hindemith per Bertolt Brecht musica il Lehrstück. Sempre negli anni ‘20 Kurt Weill musica L'opera da tre soldi, l volo di Lindbergh, I sette peccati capitali e Ascesa e rovina della città di Mahagonny. Eisler comincia a collaborare con Brecht nel 1929 quando compone le musiche per La Madre"(adattamento da un romanzo di Maxim Gorky), Die Maßnahme, Vita di Galileo e Schweyk, durante la seconda guerra mondiale.

Prima di essere uomo di teatro Brecht è poeta, di poesie impegnate. Scrive poesie già da bambino, poesie che poi diventano talvolta testi di canzoni che nelle bettole della Germania degli anni 20 mette in musica con la sua chitarra.
E come nella poesia, lo slancio artistico non è mai disgiunto dall'impegno civile. Autore di canzoni intense, cantautore ante litteram, la sua originalità espressiva viene poi ampiamente riconosciuta e riscoperta dai chansonnier e dai rocker a partire dagli anni sessanta.

L’eredità di Brecht
L’opera teatrale di Brecht ha continuato a vivere lì dove lui l’ha lasciata, ovverosia all’interno degli spazi del Berliner Ensemble, la compagnia che ha fondato nel 1949 con Helene Weigel, sua moglie. Oggi in quel teatro l’opera di Brecht è naturalmente largamente proposta in programmi che spaziano dai testi della storia del teatro tradizionale classico e moderno al teatro sperimentale contemporaneo.

Chi più di ogni altro ha portato il teatro e l’opera di Brecht sulla scena in Italia è stato Giorgio Strehler.
Nel 1956, dopo aver assistito al Piccolo Teatro di Milano, alla prima de L'opera da tre soldi, lo stesso Brecht si complimenta con Strehler e gli scrive: «Mi piacerebbe poterle affidare tutte le mie opere, una dopo l’altra».
Una spinta invitante per Strehler che mette in scena in 40 anni (tra il 1956 e il 1996), come disse lui stesso, “sette Brecht e mezzo”.

«L’umanità di Bertolt Brecht, la sua malinconia per le cose che passano, le sue dolcezze, il suo amore per gli esseri della terra, il suo sdegno per la ferocia e la bassezza del vivere sociale, insomma il suo impegno che “rende rauca la voce” coesistono in una grande avventura letteraria del Novecento».
(Giorgio Strehler, Contemporaneo o classico?, Primafila, maggio 1996).

Come suggerisce Strehler, seguire quella che chiama "l'umanità di Brecht", ci permette di scoprire oggi l'ambito dove la lezione, i temi e i modelli di scrittura e di interpretazione di Brecht hanno mantenuto il maggior valore e forza espressiva. E forse è nell'arte "minore" della canzone che la sua originaria intensità ha attraversato il Novecento, arrivando fino a noi. È lì che la lezione e l'eredità dell’opera e del pensiero artistico di Brecht è più popolare e vive ancor oggi.
La felice collaborazione con Kurt Weill ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel mondo della musica, della scena jazz, rock e della canzone d’autore degli anni sessanta e settanta. Si pensi alla trascrizione dei Doors di "Alabama song" o alle canzoni di Nico che, accompagnata dal suo armonium, se ne guarda bene dal rispettare la linea melodica, come invitava a fare Brecht nelle sue canzoni.

La lezione di Brecht vive nei protagonisti della canzone d'autore che trasformano i versi delle loro canzoni in scabri, ma solidi, fraseggi, invettive più o meno velate. Canti stranianti che provocano più che assecondare. Pensiamo a John Cale e ancor più a Tom Waits che, se l'avesse conosciuto Brecht, certamente gli avrebbe consegnato l'intero catalogo delle sue canzoni.
Artisti con l'intento comune di concepire la musica come parte sincera e viva che non vuole mentire sul reale e che racconta la storia di tutti, a partire dai reietti, dagli emarginati, dagli ultimi, quelli che stanno dalla parte sbagliata della storia, quelli che stanno nella “Wild Side”.
E a proposito di "Wild Side", Lou Reed, il vate newyorkese del rock decadente, lo dichiarò in tutta evidenza: "Io voglio essere il Kurt Weill del rock and roll". E in effetti a lui dobbiamo Berlin (1973), un concept album che è un evidente omaggio a Weill/Brecht, imperniato sulla storia di una ragazza morta suicida, dopo che le sono stati tolti i figli perché ritenuta colpevole di "condotta immorale". Una storia che ci ricorda un'altra storia drammatica narrata da Brecht: Dell’infanticida Maria Farrar. Questo per dire che la voce di Brecht è viva e la sua eco poetica ci parla, anche fuori dai palcoscenici dei teatri, direttamente dalle nostre playlist.

«[...] Maria Farrar, nata in aprile,
defunta nelle carceri di Meißen,
ragazza madre, condannata, vuole
mostrare a tutti quanto siamo fragili.
Voi che partorite comode in letti puliti
e il vostro grembo gravido chiamate "benedetto",
contro i deboli e i reietti non scagliate l’anatema.
Fu grave il suo peccato, ma grande la sua pena.
Di grazia, quindi, non vogliate adirarvi
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri».

(Dell'infanticida Maria Farrar. Bertolt Brecht)


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