Pare che in Giappone si venda più carta in forma di fumetti che in forma di carta igienica, o almeno così dicono. Non sappiamo se sia vero, ma al di là delle questioni statistiche, non c’è dubbio che i giapponesi leggano moltissimi manga. E ci sono tre cose che ai giapponesi piacciono tantissimo, nei manga: le arti marziali, le storie d’amore e quelle di sport. Negli anni Venti del ventunesimo secolo sono forse meno di moda, ma ci sono stati momenti nella storia recente in cui le pagine delle principali riviste di fumetti (che vendono anche un milione di copie alla settimana) erano occupate per un quarto abbondante da manga sportivi. O meglio, Spokon, parola che identifica il genere e che in italiano possiamo tradurre con qualcosa tipo “tenacia sportiva”: in effetti, i protagonisti di questi fumetti devono essere molto tenaci per riuscire nello sport, anche perché spesso hanno a che fare con allenatori davvero cattivi. Ricordate Mila e Shiro?
Al di là della tenacia, però, sono le radici storiche dello spokon a essere particolarmente interessanti, in anni olimpici. Perché in effetti, il motivo per cui i giapponesi amano i manga sportivi dipende proprio dalle Olimpiadi.
Più precisamente, quelle (estive, ancora più precisamente) di Tokyo 1964, primo grande evento ospitato dal Giappone dopo la Seconda guerra mondiale che aveva lasciato il paese in ginocchio. In soli vent’anni, la capacità di reazione della nazione era stata prodigiosa: nel 1964 il Giappone è una delle maggiori potenze economiche mondiali, all’avanguardia della tecnologia, e infatti quella del 1964 è la prima Olimpiade che raggiunge le televisioni di mezzo mondo grazie alla trasmissione via satellite. Ma è anche l’Olimpiade della più grande delusione sportiva della storia nipponica.
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Intendiamoci, il Giappone va benissimo, a quei Giochi: nel medagliere generale arriva terzo, dietro solo agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica. Però perde la finale dello sport che più rappresenta la sua tradizione nazionale: il judo.
Già: il leggendario campione Akio Kaminaga, una star amatissima in quegli anni, non vince la medaglia d’oro nella categoria Open, perdendo in finale contro il primo occidentale capace di imporsi in quello sport, l’olandese Geesink. Un dramma nazionale pari forse solo alla sconfitta del Brasile contro l’Uruguay nei mondiali del 1950, o a quella dell’Unione Sovietica contro gli Stati Uniti nell’Hockey, alle Olimpiadi del 1980.
Da quel momento l’intero Giappone decide che non vivrà mai più una delusione del genere: lo stato promuove con sempre maggior forza lo sport a livello giovanile, le squadre scolastiche vengono potenziate in ogni istituto, le scuole sportive finanziate a suon di yen. Allo stesso tempo, nasce una nuova narrazione intorno allo sport, e al centro di quella comunicazione non può che esserci il medium più importante per il Paese: il fumetto.
Così, quando è il momento di raccontare lo sport, il manga lo fa a modo suo, aggiungendo l’epica, il dramma, l’eroismo che i giapponesi amano nelle storie a fumetti. Nel 1968, anno rivoluzionario per eccellenza in occidente, in terra d’oriente si compie la rivoluzione dello spokon, che comincia con il suono della campana a bordo ring: il primo capolavoro capace di cementare la popolarità del genere è Rocky Joe di Asao Takamori, la storia di un ragazzo orfano che si muove tra i bassifondi di Tokyo e cerca il riscatto nel mondo del pugilato. Nota a margine: ovviamente il riferimento a Rocky c’è solo nell’adattamento italiano, visto che il fumetto è precedente rispetto al capolavoro di Stallone e Avildsen.
Dentro Rocky Joe vengono creati tutti i miti fondativi del manga sportivo giapponese. Tipo. L’idea della sopracitata tenacia comporta inevitabilmente che gli eroi di questi manga partano da posizioni sociali svantaggiate: Rocky, ad esempio, è poco più che un vagabondo. Il riscatto sportivo è possibile, ma sempre a prezzo di un lavoro continuo, di un impegno quotidiano estremo, di una grande autodisciplina. Il purgatorio di allenamenti crudeli, la sofferenza fisica e mentale, sono strade per fortificarsi, e per evitare l’onta della sconfitta. Da questo punto di vista, beh, gli sportivi dei manga giapponesi sono tutt’altro che seguaci del barone De Coubertin. Vincere, per loro, non è importante: è l’unica cosa che conta.

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