Letteratura

Dagny Juel è stata molto più di Munch e Strindberg

Una scrittrice da riscoprire: non solo la musa ispiratrice di grandi artisti nordeuropei nella Berlino di fine Ottocento, ma un’autrice capace di mettere insieme decadentismo, romanticismo e gotico

  • Oggi, 13:00
Dagny Juel, 1890

Dagny Juel, 1890

  • IMAGO / opale.photo
Di: Mattia Mantovani 

Dagny Juel, chi è costei? Prima di rispondere, è necessaria una premessa che si può riassumere in questo modo: piuttosto sconosciuta, forse misconosciuta, senza dubbio mal posizionata. Il canone letterario tende infatti a derubricarla quale musa ispiratrice degli artisti nordici a Berlino nell’ultima decade dell’Ottocento, Edvard Munch e August Strindberg in particolare, soprattutto in virtù della sua personalità appassionata ed eccentrica che la rese protagonista della scena mondana e culturale della città, sullo sfondo della leggendaria taverna Zum schwarzen Ferkel (“Al maialino nero”), poi eternata da Strindberg nel romanzo autobiografico Il chiostro. È lei, con ogni probabilità, la modella del dipinto Gelosia di Munch.

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80 anni fa moriva Munch

Telegiornale 23.01.2024, 20:00

Strindberg ne ha lasciato un ritratto in chiaroscuro, verosimilmente a causa di una passione non corrisposta. Ai suoi occhi, Dagny Juel è “Aspasia”, la donna che infrange gli schemi e le convenzioni, ma si compiace fin troppo del proprio ruolo: «Una bionda alta e diafana, che pareva smagrita da una malattia, con un tono dolente e afflitto nella voce, che parlava in maniera strascicata e aveva uno sguardo esausto». Mentiva, il finto misogino Strindberg, e sapeva di mentire: perché era un segreto adoratore dell’“eterno femminino”, ma soprattutto perché la verità è un’altra. Non era bellissima, infatti, stando almeno alle immagini e ai dipinti che la ritraggono, ma “Aspasia” possedeva un fascino irresistibile. Considerata all’interno di una simile prospettiva, Dagny Juel ha incarnato l’archetipo della donna ricca di sfaccettature e contraddizioni, scostante e sensibile, misteriosa e provocante, emancipata e dagli amori assoluti, sognatrice e concreta, totalmente afferrata dalla vita ma anche divorata e infine sopraffatta dall’ossessione della morte e del nulla.

Lo testimonia il suo breve quanto tormentato percorso biografico: nata l’8 giugno 1867 a Kongsvinger, in Norvegia, è morta il 5 giugno 1901 in una camera d’albergo a Tbilisi in Georgia, freddata da un colpo di pistola sparato dal suo accompagnatore e corteggiatore Wladyslaw Emeryk. Alcuni anni prima, nel 1893, aveva sposato lo scrittore polacco Stanislaw Przybyszewski, un autentico gaglioffo, fedifrago e mentitore seriale, col quale aveva avuto due figli e aveva condiviso una costante condizione di nomadismo e di estrema povertà. Ma lo testimonia e conferma anche la sua produzione letteraria, interamente raccolta in versione italiana in un volume edito da Lindau col titolo L’eco selvaggia del desiderio

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  • Lindau

Anche in questo caso, una premessa è d’obbligo: Dagny Juel non è stata una grandissima scrittrice, ma non ne aveva nemmeno l’ambizione. In vita pubblicò soltanto il lungo racconto Rediviva, quattro brevi prose e tre drammi pensati più per la lettura che per la scena. Rimane tuttavia il fatto che la sua opera, per quanto molto discontinua e diseguale, si inserisce a pieno titolo nella corrente del decadentismo e nella letteratura nordica fin de siècle, in particolare nel solco del già ricordato Strindberg, ma con espliciti rimandi a Poe, Baudelaire, il romanzo gotico e certi esiti del tardo romanticismo.

Le protagoniste dei suoi scritti sono sempre donne non idealizzate e anzi piene di contraddizioni e debolezze, talora perfino psichicamente labili. Ma tutte posseggono un carattere forte e caparbio, lottano per liberarsi da una condizione di sudditanza nei confronti dei maschi, si spingono ai limiti della legalità e della morale, spesso li oltrepassano, scontandone consapevolmente le conseguenze, spesso drammatiche e irrimediabili.

Ha scritto in Rediviva, il suo racconto maggiormente autobiografico: «Voglio raccontare la storia della mia vita. Forse non tutti la troveranno così strana, forse a qualcun altro è capitato lo stesso, ma non ne ho mai sentito parlare, e perciò credo di essere l’unica a dover guardare fisso questo destino orribilmente tragico e mistico». Piuttosto sconosciuta, forse misconosciuta, senza dubbio mal posizionata: Dagny Juel, donna e scrittrice, è tutta da riscoprire, ben oltre “Aspasia” e le tossiche nottate alla taverna berlinese.

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