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Majid Bita racconta cultura e paura nell’Iran di ieri e oggi

“L’autobus incantato” è il graphic novel ispirato alle storie vere di 21 intellettuali perseguitati dal regime iraniano negli anni Novanta. Bita, originario di Teheran, racconta un passato che non è molto diverso dal presente

  • Un'ora fa
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  • Canicola
Di: Michele R. Serra 

Ci sono due uomini che parlano e fumano sulla cima di un palazzo, affacciati su Teheran. «Come va la tua rivista?», chiede uno. «La solita storia – risponde l’altro – per censurare, usano l’espediente della carta. A me, non la stanno dando».
La scena si svolge nell’Iran degli anni Novanta, ma il pensiero corre alle notizie di questi giorni, e al modo in cui il regime degli Ayatollah ha chiuso l’accesso a internet subito dopo le proteste di inizio anno: uno shutdown che ha impedito l’accesso al 98% della rete presente nel paese. Un tempo, alle riviste non allineate con la propaganda governativa venivano tolti carta e inchiostro, oggi si è passati alla censura digitale: il metodo è rimasto quello rodato nei decenni precedenti, semplicemente aggiornato dal punto di vista tecnologico.

È solo uno dei tanti momenti in cui L’autobus incantato fa venire in mente il presente, parlando del passato di un paese che appare in cambiamento continuo e allo stesso tempo cristallizzato nell’ambra. Il mese scorso, il regista esule Jafar Panahi avvisava il mondo che, quando viene silenziata la comunicazione, sono in arrivo massacri. Questo libro racconta che è proprio così, e che succedeva lo stesso anche trent’anni fa: prima ti riducono al silenzio, poi, se caso, ti uccidono.

Majid Bita, 2023

Majid Bita, 2023

  • IMAGO / opale.photo

Chi l’ha scritto e disegnato fa parte della diaspora iraniana dell’ultimo mezzo secolo: Majid Bita è nato pochi anni dopo la rivoluzione del 1979, da dieci si è trasferito stabilmente in Italia, dopo essere arrivato a Bologna con un visto per motivi di studio. Ha già raccontato parte della sua vita a fumetti, nelle quasi 400 pagine di Nato in Iran, uscito un paio d’anni fa. In L’autobus incantato invece abbandona l’autobiografia per raccontare un frammento delle vite di ventuno intellettuali perseguitati dal regime, e in particolare l’episodio che li vede tentare di raggiungere l’Armenia per un convegno: un giorno e una notte di viaggio a bordo di un autobus che – a dispetto del titolo – si rivelerà niente affatto incantato.

Si parte (ispirazione) da fatti di cronaca reali e da vite vere, di cui alle nostre longitudini si sa poco o niente; si parte (concretamente) dalla dedica in esergo: «A chi ha parlato quando tutti tacevano». La scelta di parlare liberamente, o di non farlo, è il fulcro attorno al quale ruotano la maggior parte delle discussioni e delle decisioni di queste donne e uomini: scrittori, poeti, editori, giornalisti, vignettisti, pittori, cantanti, ognuno con caratteri e motivazioni diverse. Anche i più coraggiosi possono piegarsi (ad esempio, se temono per la propria famiglia), anche i più spaventati possono trovare un’inaspettata capacità di resistere. La loro rabbia è sorda; la loro principale arma di difesa, un’ironia che inevitabilmente sconfina nel cinismo.

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  • Canicola

Majid Bita le disegna con un bianco e nero che sta a metà il fumetto indie degli ultimi trent’anni (una definizione che non definisce, lo so, ma rende l’idea) e la caricatura di George Grosz, su tavole schizzate e sporcate ad arte, com’è tipico della tradizione proprio di quel gruppo di fumettisti di area bolognese che ha dato vita – ormai una ventina di anni fa – all’editore/associazione culturale Canicola.   

C’è un’altra sequenza che dà molto da pensare: è quella in cui alcuni dei protagonisti, ormai fuggiti verso l’occidente, ricordano le parole dei militari che li interrogavano. Dicevano, gli uomini del regime, che gli intellettuali sono pericolosi, che hanno un ruolo cruciale nei tempi di crisi e nelle rivoluzioni: «Noi scrittori siamo potenziali bombe, da eliminare», perché le dittature – ce l’ha insegnato Orwell – hanno paura dei libri. Chissà se è davvero ancora così, o se forse l’avanzata della modernità, che toglie spazi e centralità alla cultura e agli intellettuali, le ha già subdolamente disinnescate, quelle bombe.

Legato a KAPPA, 05/02/26

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