Strano destino quello di Don Chisciotte, l’eroe di carta che per essere salvato ha dovuto esser ucciso: non una, ma ben due volte. Prima da uno sleale imitatore, quell’Alonso Fernández de Avellaneda che annientò lo spessore del personaggio, riducendo il folle e saggio cavaliere in un borioso demente armato. Poi dal suo vero autore, Miguel de Cervantes Saavedra, che farà morire il protagonista del suo capolavoro per evitare che altri, come quell’ancora anonimo falsario, si approprino della sua creatura per scriverne altri viaggi “non autorizzati”.
Le nuove avventure dell’ingegnoso hidalgo sonnecchiavano dal 1605, data in cui venne pubblicata la Prima parte dell’opera e se ne prometteva il prosieguo: dopo un lunghissimo decennio, e ad appena un anno di distanza dalla Seconda parte di Avellaneda, vedono finalmente la luce. Cervantes aveva continuato a lavorarci, ma fu di certo un bell’incentivo a spicciarsi l’aver dovuto assistere, riga dopo riga, alla distruzione del suo cavaliere.

Prima edizione del secondo volume del Don Chisciotte, del 1615.
Tutto perde di consistenza, nel libro di Avellaneda: il protagonista è un «fantasma», come è più volte chiamato, uno spettro di sé stesso, guidato dal desiderio di fama e non più dai suoi ideali. È privato dell’amore (niente più Dulcinea, ora è il Cavaliere Disamorato), del suo fedele scudiero (divenuto un vile mercenario che lo abbandona per fare il buffone di corte) ed anche dei suoi eroi (vuole persino ammazzare quel che crede Orlando). Solo e delirante, viene infine rinchiuso in un manicomio.
Non pago, l’infedele imitatore aveva riservato le dovute “lodi” all’autore della storia che bistrattò e continuò, dandogli del monco, vecchio, invidioso, ex-galeotto. Provocazioni a cui Cervantes finge di sottrarsi, assicurando ai lettori del secondo tomo che non avrebbero trovato l’ombra di «vendette, alterchi e vituperi» nei confronti di Avellaneda, e mai si sarebbe sognato – dice e non dice – di definirlo «asino», «mentecatto» o «spudorato». Salvo poi inserire delle velenose frecciatine, dirette a quel libro che dà la «nausea» (dedica al Conte di Lemos), è «stupido da cima a fondo» (II, 59), merita la stessa fine dei «porci» alla festa di San Martino (II, 62) e finirà per essere lanciato negli «abissi dell’inferno» (II, 70).

Al di là delle stoccate, Cervantes dialoga anche ironicamente con il libro rivale, precisando ad esempio che Sancio “non” è il mangione che Avellaneda dipinge. Come si intuisce da un’affermazione del vero cavaliere – «mi ritrattino pure ma non mi maltrattino» (II, 59) – non è tanto l’imitazione a disturbare Cervantes ma la mistificazione, il tradimento dei personaggi. Se è vero, come scrivono Almansi e Fink in Quasi come, che «difendere la sacralità di un testo significa assicurarne la morte», mentre «difendere il plagio significa assicurare al testo una metempsicotica vita», è anche vero che il seguito di Avellaneda non è né verosimile né rispettoso: la sua è una gretta operazione commerciale, che sfrutta il nome di Chisciotte per darlo in pasto a palati poco raffinati.

Don Chisciotte in un'incisione di Gustav Doré, 1863
Eppure, senza quell’apocrifo non avremmo il Don Chisciotte che abbiamo oggi, con quei vertiginosi meccanismi metaletterari della Seconda parte, fino alla scena in cui Chisciotte costringe don Álvaro Tarfe – nato dalla penna del falsario – a sancire davanti a un notaio la propria autenticità. Poi, quando si accontenta di essere un Alonso Quijano qualunque, di sopravvivere senza un sogno, scompare. Muore ogni volta che altri Avellaneda ne accentuano la stravaganza per insegnarci «a non essere pazzi». Rivive ogni volta che qualche Unamuno riscatta il sepolcro del Cavaliere della Follia dal potere dei gentiluomini della Ragione, quel Cavaliere della Fede che «con la sua follia ci rende saggi».
Don Chisciotte della Mancia – Miguel de Cervantes
Laser 14.08.2012, 02:00
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