I dati dell’ufficio federale di statistica raccontano che in Svizzera si legge (con differenze tra luogo e luogo), e nella media Europea se ne esce dignitosamente (con conferme: nel Nord Europa si legge di più, mentre al sud la quota scende vertiginosamente), ma i numeri comunque sono in discesa.
8.1 libri letti l’anno in Svizzera, contro i 6.9 in Ticino (1 libro ogni 2 mesi, quindi). Le donne leggono più degli uomini. Chi ha studiato legge di più di chi ha un percorso scolastico più breve, etc. Tutti dati che, bene o male, già si sentivano a pelle.
Ciò che più preoccupa, però, è che un quarto della popolazione in Svizzera non legge affatto. Nulla.
Dall’altro capo della fune, c’è il computo sempre molto soddisfacente delle presenze a rassegne e festival letterari, quelle occasioni di ascolto dove presente è l’autrice o l’autore che parla, spiega, mette a nudo il libro — e talvolta sé stessa o sé stesso — ed è una osservazione che forse indica un cambio di paradigma piuttosto importante: si è presenti ai festival, ma non si acquistano libri. L’ascolto dell’incontro è sufficiente. Si è già stati parte, si è ottenuta una quota di contenuto, e questo è bastante. Non occorre altro approfondimento.
Verrebbe da dire che oggi molte persone non cercano più un approfondimento lungo, lento, sedimentato — come quello richiesto dalla lettura di un libro — ma un’esperienza culturale immediata, sociale, condivisibile, e questo è sufficiente.
Il festival funziona perfettamente dentro questa logica: è breve, emotivo, sociale, non richiede continuità né solitudine, come invece è per la lettura di un libro. Un libro chiede fedeltà anche temporale e il festival (o la rassegna) sostituisce quindi il libro: andare a un festival, ascoltare uno scrittore per cinquanta minuti, fare una foto, condividere una frase, vivere un’atmosfera collettiva: tutto questo produce già una soddisfazione culturale percepita come completa.
Un tempo il festival era un ingresso verso l’opera. Oggi spesso l’evento coincide con l’opera stessa.
Ma le democrazie e le comunità hanno bisogno di persone capaci di durata: per leggere testi lunghi; per sostenere complessità (e capirle); per tollerare lentezza e ambiguità; per immaginare conseguenze future. Oggi, invece, sembra funzionare più come un flusso: siamo diventati collezionisti di accessi e non depositi di memorie. Siamo passati a una cultura della circolazione.
Per secoli la cultura aveva una funzione trasformativa lenta. Leggere un libro significava entrare in una durata: convivere con una voce, lasciarsi modificare, attraversare contraddizioni, sostare nella complessità. La cultura era un esercizio di permanenza.
Ora: i festival producono certamente comunità reali, emozioni autentiche, accessi democratici alla cultura che un tempo erano impensabili. Ma leggere un libro obbliga a un’esperienza rarissima oggi: rimanere.
Se tutta la cultura diventa immediata, emotiva e intermittente, se tutto è solo spettacolo di breve durata, rischiamo di perdere non soltanto lettori forti, ma anche cittadini capaci di continuità storica.
Il problema non è la velocità. Il problema è se esistono ancora luoghi — mentali, sociali, affettivi — dove qualcosa possa sedimentare e poi essere ricordato.
Tra festival affollati e lettura in calo
Kappa e Spalla 12.05.2026, 18:15
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