Letteratura

I Microgrammi, frammenti-capolavoro di Robert Walser

La traduttrice Giusi Drago racconta l’impresa del ritrovamento e della traduzione di alcuni dei minuscoli brani letterari scritti da Walser durante la sua lunghissima permanenza allo Spital Herisau

  • Oggi, 13:00
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  • KEYSTONE/Peter Klaunzer
Di: Alice / Natascha Fioretti / MrS 

Per chi già frequenta l’opera di Robert Walser, i Microgrammi rappresentano una via d’accesso diretta, intima, schietta all’universo più segreto dello scrittore svizzero. 526 fogliettini trovati in una vecchia scatola di scarpe nella clinica psichiatrica di Herisau, dove Walser visse gli ultimi vent’anni della sua vita. Minuscoli pezzi di carta scritti fitti fitti, a matita, personalissimi e quasi indecifrabili geroglifici dell’anima: ci raccontano dell’uomo, del poeta, della sua geografia interiore, del suo genio. Una lettura non semplice, che oggi ci è possibile grazie alla preziosa pubblicazione da parte di Adelphi e alla traduzione di Giusi Drago, che ci fa scoprire il «microcosmo letterario anarchico e stupefacente» (come lo definì Roberto Calasso) di Walser.

Ascolta l’intervista integrale (da Alice)
23:19
"Microgrammi" di Robert Walser, Adelphi (dettaglio di copertina)

“I Microgrammi” di Robert Walser

Alice 10.01.2026, 14:35

  • adelphi.it
  • Moira Bubola

Giusi Drago: Questa micro-grafia, e anche il cosiddetto (da Walser stesso) «metodo della matita», non sono stati solo una scelta stilistica, ma un vero e proprio metodo per superare una crisi espressiva: in una lettera del 1927, Walser confessa che scrivere a penna gli aveva procurato un crampo della mano e che quindi voleva liberarsi di questa «stanchezza della penna». È come se questi Microgrammi fossero delle mappe molto dettagliate, anche se misteriose, disegnate a matita. Antonio Rossi li ha definiti «parola dipinta».
Walser scrive minuscolo, non a penna, ma a matita. Quindi una scrittura più impermanente, e anche una scrittura più personale. Si rinuncia alla penna, si rinuncia alla grandezza normale della scrittura, si rinuncia al foglio bianco perché questi microgrammi sono scritti sul retro di buste, sul retro di lettere di rifiuto, su frammenti di calendario, su piccoli pezzettini di carta patinata…

Natascha Fioretti: Questo è anche il bello della pubblicazione di Adelphi, perché ritroviamo, accanto ai testi, le immagini di questi pezzettini di carta, ritagli, buste…

L’aspetto visivo è importantissimo. I Microgrammi sono, in fondo, una forma d’arte spaziale: la compulsione alla scrittura non è soltanto contenutistica, anzi è prima di tutto in questo segno, nella relazione tra scrittura, blocchi di testi e supporto testuale. Tutto questo genera il fascino dei microgrammi, che derivano da un’ossessione, una compulsione tipica dell’arte verbo-visiva. Sono opere d’arte.
Naturalmente questo aspetto non può essere riprodotto direttamente, ma vedere le immagini contenute in questa edizione è molto importante per capire questa forma d’arte, che nasce dal desiderio di nascondersi, di sparire e riguadagnare una nuova lingua in situazioni estreme. Walser ha perso la fiducia, come dice lui stesso: supera una crisi espressiva, ma allo stesso tempo mette in crisi l’ideale romantico della totalità. La premessa centrale del romanticismo, cioè che il mondo sia una totalità organica e che lo stile dello scrittore possa dare unità a questo mondo… Ecco, a questo lui crede più. Quindi ci presenta dei residui, dei frammenti, rifiuta di vedere la connessione. I Microgrammi rappresentano anche spazialmente questa consapevolezza del crollo della totalità.

Credo non sia stato facile trovare una voce per questi testi, che sono scollegati tra loro. In alcuni casi sembrano pagine di diario, in altri sono poesie. Come traduttrice, che tipo di sfida è stata?

Notevole, devo dire, perché, per dirla con Walter Benjamin, Walser si «incorona bacchicamente di ghirlande di parole, che rischiano di farlo inciampare». Ecco, questo suo essere un chiacchierone impenitente, naturalmente, rischia di far inciampare anche il traduttore. Ho avuto l’impressione, a volte, di dover fare una sorta di partita a scacchi con il testo… in alcuni casi le frasi sono molto lunghe, ridondanti, e mi sono trovata a dover ricollocare tutte le parti della frase – dopo averla capita, che già a volte è un’impresa – al posto giusto, perché risultasse in italiano un effetto simile a quello che lui voleva. Nelle poesie, la struttura sonora musicale guida il pensiero, quindi Walser si nasconde sempre nelle pieghe del linguaggio, che è il suo grande amore, un amore su cui lui stesso a volte ironizza. Tutto questo, insieme alla presenza di neologismi, salti di palo in frasca, all’ironia che si declina in diversissime forme… bisogna renderlo con il suo sguardo, a volte infantile, innocente, graffiante. È un vero e proprio esercizio: seguire la sua andatura, il suo respiro, la sua poetica.
Più volte nel libro, Walser usa la metafora dei vestiti indossati dallo scrittore: l’idea è che lo scrittore indossi, scrivendo, un abito che non calza a pennello, ma sempre provvisorio, con dei bottoni ciondolanti.

Walser ha una grandezza propria dei grandi scrittori: quella di riuscire a dire verità universali che in fondo tutti conosciamo, ma metterle in pagina come se fossero ogni volta delle piccole epifanie. Ad esempio, dice: «Spesso otteniamo chiarimenti sui nostri aspetti enigmatici più dagli altri che da noi stessi». Queste piccole epifanie sono distribuite, diffuse in tutti questi Microgrammi.

Da un lato Walser lavora a una manomissione dei significati, ma poi è anche ricchissimo di sentenze – a cui in parte crede, in parte no, è proprio un esercizio anche dell’intelligenza… Walser è un vagabondo, non soltanto con le gambe, ma anche con la penna: un vagabondo del significato, del significante. Tutto questo, però, su uno sfondo anche tragico: come diceva Roberto Calasso, la sua è una fuga dal pensiero
C’è questo necrologio, ad esempio, nel quale prende di mira lo scrittore affermato Anatole France, che aveva ricevuto un premio Nobel: l’emblema del poeta nazionale, quello che lui sa di non essere. Walser sa di aver fallito, o magari crede di aver fallito, in ogni caso preferisce tenersi alla larga da ogni forma di successo e riconoscimento sociale. Elias Canetti diceva di lui che è lo scrittore zen per natura, laddove invece Kafka ha dovuto esercitarsi, per diventarlo. Canetti diceva anche che Walser era «il più segreto» di tutti gli scrittori, perché non sappiamo mai che cosa lo muove. Apparentemente è sempre incantato da tutto, però omette una parte della sua persona: le sue prose sono anche inquietanti, perché nasconde la profonda angoscia che lo attraversa. 

È vero che i Microgrammi contenuti in questa edizione Adelphi sono solo una selezione, all’interno di un numero molto più ampio di Microgrammi che sono stati alla fine decifrati?

Diciamo che si tratta di una mini-antologia di 33 Microgrammi. L’edizione di Adelphi che io ho tradotto è questa selezione che era comparsa nel 2011 presso Suhrkamp. La nota dei curatori è molto importante, perché racconta tutta la storia dei Microgrammi.

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