Draghi, centauri, unicorni, ippogrifi e arpie; ma anche gatti che insegnano il volo, cani che diventano umani, leoni amici di topolini e maiali al potere. Dai bestiari medievali ai dipinti rupestri, dal Codex Seraphinianus di Luigi Serafini al wild di Jack London, gli animali abitano le storie dell’uomo da sempre. E ancora oggi lo fanno nella quotidianità, come compagni domestici, e persino nell’illegalità, dove il mercato nero di specie selvatiche resta tra i più redditizi del pianeta.
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Nonostante questo legame viscerale, molta della produzione letteraria che li vede protagonisti è spesso relegata a genere minore, percepita come destinata a un pubblico giovanissimo. Eppure non mancano autori illustri che hanno dedicato loro una profonda attenzione. Tra questi, un nome poco citato è quello di Primo Levi.
Agli animali Levi ha dedicato una parte cospicua della propria opera tra racconti, poesie, elzeviri e interviste impossibili. Un insieme rappresentativo di questi testi è stato raccolto da Ernesto Ferrero nel volume Ranocchi sulla Luna (2014). Per chi conosce solo la sua produzione testimoniale, a emergere è un’anima inedita dell’autore. Racconti “fantabiologici”, li definì Italo Calvino, riconoscendo il tentativo di Levi di unire biologia, chimica e linguistica in narrazioni sospese nel fantastico. Dove, immancabilmente, si muovono gli animali.
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Alcuni di questi animali sono reali, altri mitici, altri ancora del tutto immaginari. È il caso del vilmy, protagonista dell’omonimo racconto: una creatura simile a un cane, ma con la straordinaria capacità di produrre un latte ad altissimo contenuto di N-Feniltocina.
È a questa sostanza che i neonati devono la fissazione affettiva nei confronti della madre. Nella maggior parte degli animali la sua concentrazione è bassa, e l’effetto si estingue in pochi mesi dopo il parto. (…) nel vilmy è altissima, venti volte più che nel latte umano. Perciò, non solo i cuccioli sono legati alla madre da un vincolo quasi patologico, ma chiunque beve quel latte ne risente l’effetto, e cambia vita.
Primo Levi
Questa dipendenza assoluta, capace di mettere in secondo piano ogni altro elemento dell’esistenza, è solo uno dei tanti espedienti attraverso cui Levi fa affacciare il lettore a un ampio spettro di reazioni emotive. Dall’inquietudine allo stupore, passando per la commozione e l’ironia, ogni racconto diventa un laboratorio in cui l’essere umano viene analizzato nel suo rapporto con il non-umano. Le porte d’accesso sono la scienza e la scoperta, aperte su scenari a volte grotteschi come l’invenzione della versamina, la sostanza che inverte il rapporto tra piacere e dolore — capovolgendo ogni logica di sopravvivenza, perché il corpo finisce per cercare ciò che lo danneggia — e a volte più cupi, come in Verso occidente, dove due scienziati osservano il suicidio collettivo dei lemming. Ne trarranno una conclusione angosciante: chi ha smarrito l’amore per la vita forse non ha tutti i torti.
Ogni racconto diventa quindi caso di studio. Levi utilizza il suo occhio di uomo di scienza per osservare gli animali, tanto nella produzione letteraria quanto nella vita:
Se potessi, mi riempirei la casa di tutti gli animali possibili. Farei ogni sforzo non solo per osservarli, ma anche per entrare in comunicazione con loro... per simpatia e perché sono sicuro che ne trarrei uno straordinario arricchimento spirituale e una compiuta visione del mondo…
Primo Levi
Il risultato è un meccanismo narrativo preciso, in cui ogni ingranaggio trova il suo posto e, a ogni ticchettio, si svela una sfumatura che va ben oltre la semplice allegoria. Sotto la lente finiscono i rapporti di potere, la volontà di dominio, l’incomunicabilità, la forza e i limiti della fantasia. Il tono oscilla tra l’ironia tagliente e un’angoscia sottile e soggiacente. Di certo, non si ha mai la sensazione di trovarsi di fronte a storie per bambini.
Al contrario, l’ibridazione tra zoologia e letteratura diventa per lo scrittore torinese lo strumento d’indagine scientifica e letteraria definitivo. L’animale, in Levi, è reagente chimico. Serve a isolare le nostre miserie e le nostre virtù e rappacificarle con quelle della natura. Una natura a volte crudele e altre magnanima, sempre in divenire e mai idealizzata. Possiede le sue gerarchie, i suoi pregiudizi, la sua ferocia. Come nota puntualmente Ferrero nella sua introduzione:
Con la sua umiltà di tecnico di laboratorio, con la sua passione di ricercatore e sperimentatore, Primo Levi ha provato a immaginare cose che prima di lui nessuno aveva immaginato.
Ernesto Ferrero
Possiamo chiedere qualcosa di più a uno scrittore?

