Quando, nel 2014 (e in italiano nel 2015), uscì la Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer, la situazione, in termini di crisi climatica, collasso ecologico e distopia da sorveglianza globale, era ancora tale da farlo apparire come un libro di speculative fiction; oggi già meno, ma nel frattempo la trilogia composta da Annientamento, Autorità e Accettazione, con la sua zona paludosa trasformata in luogo da incubo da una sorta di ribellione del mondo naturale (o è un intervento alieno?) ha fatto in tempo a diventare un classico del new weird, contribuendo al ritorno in forze del weird in generale nella narrativa americana ed europea.

Jeff VanderMeer, 2018
Prima, però, di andare avanti con VanderMeer e con la sua trilogia, che proprio in questi giorni è diventata una quadrilogia, in virtù dell’uscita, sempre per Einaudi e sempre nella traduzione di Cristiana Mennella, di un quarto libro, Assoluzione, che si colloca un po’ prima e un po’ dopo rispetto agli eventi narrati nella trilogia originaria – o forse semplicemente le si affianca come una sorta di “espansione dell’ambientazione”, secondo l’uso del termine che si fa nei giochi di ruolo – vale la pena dedicare un po’ di attenzione al termine weird, e alle diverse connotazioni che ha preso negli Stati Uniti e in Europa. Se il termine nasceva per designare le opere di H.P. Lovecraft, col loro mix di fantascienza, fantasy e orrore (con decisa predominanza di quest’ultimo), e in tutto il Nordamerica continua a indicare lavori, come quello di VanderMeer, legati alla sua eredità, nonché al filone più perturbante della fantascienza classica, da noi le cose sono andate in modo piuttosto differente.
Ci viene in aiuto il recente saggio del critico e filologo Alberto Casadei Narrazioni mutanti, uscito per Mimesis e dedicato alla mappatura degli ultimi decenni di narrativa italiana, con qualche incursione estera: in Europa, complice forse anche Mark Fisher col suo decisivo testo The weird and the eerie, il termine weird – vale a dire “strano” – è andato a designare opere per lo più scollegate dalla fantascienza e in genere definite, oltre che dalla “stranezza”, da una forte ricerca stilistica e da un altrettanto forte afflato metafisico. Vengono alla mente grandi nomi dell’Europa centro-orientale come Mircea Cărtărescu, Georgi Gospodinov, Olga Tokarczuk, László Krasznahorkai… Ma Antonio Moresco, specie nei suoi libri più importanti, come Gli esordi e Canti del caos, non è forse anche lui un bel po’ weird? E Michele Mari no? E da Mari e Moresco si può andare anche piuttosto indietro, come dimostrò a suo tempo il critico Carlo Mazza Galanti in un articolo che fa ancora scuola...
“Assoluzione”
Konsigli 29.06.2026, 18:00
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Ma torniamo a VanderMeer, che appartiene all’altra schiatta di weird, quella in cui spaventare e perturbare è la priorità rispetto a ogni considerazione metafisica e stilistica, e in cui la fonte primaria, Lovecraft a parte, è la fantascienza classica, specie se d’oltrecortina. È evidente come la Trilogia dell’Area X sia una derivazione diretta di Pic nic sul ciglio della strada dei fratelli Strugackij, con un tocco del Solaris di Stanisław Lem, almeno per quel che riguarda il funzionamento dell’ambientazione. Rispetto però ai suoi “genitori”, VanderMeer spinge molto di più sull’acceleratore orrorifico, e questo nuovo Assoluzione ne è conferma e rinforzo.
Composto da tre novelle, come una piccola trilogia nella trilogia, Assoluzione ha una densità di “strano” anche più elevata di quella dei tre libri precedenti, e in diversi momenti, tra Doppelgänger che sostituiscono persone care, voci che fanno impazzire chi le ascolta e walkie-talkie che si mettono a gridare da soli cose orribili, riesce a far tremare di paura anche lo smagato lettore del 2026. Un tipo di tremito molto diverso da quello causato da Lovecraft – per quanto l’“orrore cosmico” sia in fondo la spiegazione finale anche per i misteri dell’Area X – e che ricorda, piuttosto, la poetica di un altro e ben diverso maestro del perturbante: David Lynch, specie quello di Strade perdute.
Qui qualcuno potrebbe alzare la mano e dire che VanderMeer non fa altro che assorbire e rimescolare influenze e idee altrui. Forse: ma non è forse quello che fanno tutti gli scrittori? Quello che conta è che dalla miscela esce qualcosa che porta l’impronta specifica del suo autore, che ci parla ahinoi del mondo in cui viviamo, e che continua a essere eccitante da leggere – proprio come avviene con Assoluzione.



