Connie ha quindici anni, quel giorno è sola in casa. I genitori e la sorella sono a una grigliata. Lei ha preferito restare in giardino ad ascoltare della musica.
Una decappottabile scassata entra nel vialetto, a bordo ci sono due ragazzi. Connie aveva già visto quello alla guida durante un’uscita con degli amici. Scende dall’auto, si presenta come Arnold Friend, la invita a fare un giro. A Connie piace com’è vestito e come parla, ma qualcosa la turba. Rifiuta l’invito, temporeggia davanti alla sua insistenza — poi capisce:
Riconoscevo diverse cose in lui: i jeans attillati che segnavano cosce e glutei, gli stivali di cuoio unti, la maglietta aderente e anche quel sorriso trasognato e insolente che tutti i ragazzi usavano per far passare concetti che non volevano dire a parole. (…) Ma tutte quelle cose assieme non tornavano.
«Hey» chiese d’un tratto «ma tu quanti anni hai?»
Il sorriso gli svanì dalla faccia e Connie si accorse che non era un ragazzo, era molto più grande: trent’anni, forse di più. Con quella certezza, il cuore prese a batterle più forte.
Joyce Carol Oates
A rendere così inquietante Arnold Friend — un’omofonia per “an old friend” — nel celebre racconto Dove vai, dove sei stata? di Joyce Carol Oates è proprio questa ambiguità nel suo aspetto, rivelata al lettore man mano che Connie ne prende coscienza e intuisce la natura predatoria di questa mimesi. Quando ho letto del dibattito online sul termine “adultescente”, la mia mente è andata subito ad Arnold Friend e all’inquietudine provata nel leggere il racconto di Oates.
“Adultescente”
Kappa e Spalla 22.06.2026, 18:15
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“Adultescente” è una parola macedonia, unione dei termini “adulto” e “adolescente” per indicare una persona adulta a livello anagrafico ma che possiede ancora dei marcati tratti adolescenziali a livello comportamentale o di stile di vita. Ha fatto discutere perché protagonista di una traccia dell’esame di maturità in Italia, in relazione a un brano del sociologo Frank Furedi. Il termine trova nell’ambito accademico il suo campo di applicazione principale, per definire fenomeni studiati dalle scienze sociali come l’adolescentizzazione e la teoria dei mass media.
Già all’inizio degli anni Ottanta, in La scomparsa dell’infanzia, il sociologo statunitense Neil Postman rilevava che l’affermazione della televisione sulla letteratura in qualità di primario accesso all’informazione e all’intrattenimento avesse avuto effetti sociali, con una sovversione dell’equilibrio tra infanzia e vita adulta. Questo passaggio portava il rischio di un’infantilizzazione degli adulti e un’ipersessualizzazione dell’infanzia. Fenomeni destinati ad amplificarsi nell’epoca di internet, fino ai recenti dibattiti legislativi sulla regolamentazione dell’utilizzo di smartphone e social network. Temi, questi, che la letteratura aveva anticipato.
L’adolescentizzazione del mondo
Alphaville 23.06.2026, 11:05
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In un racconto del 1950, Ray Bradbury si era chiesto quali sarebbero stati gli effetti di una deresponsabilizzazione dei genitori nell’educazione dei figli. In Savana una coppia ha acquistato la casa perfetta, che si occupa di tutti i bisogni dei suoi abitanti. Qualcosa però inizia a preoccuparli: la stanza dei figli, capace di proiettare desideri e pensieri dei bambini su monitor disposti alle pareti, è diventata inquietante. Sugli schermi è rappresentata la savana, con tanto di leoni che cacciano e si cibano delle prede. I genitori cercheranno di chiudere la stanza dei figli. Dalla reazione isterica dei bambini capiranno la gravità del problema, e decideranno di affidarsi a un amico psicologo. Il professionista, dopo aver parlato con i piccoli, dirà al padre:
Hai permesso che questa stanza e questa casa prendessero il tuo posto e quello di tua moglie nell’affetto dei vostri figli. Questa stanza è la loro mamma e il loro papà, assai più importante dei genitori veri nella loro esistenza. E adesso arrivi tu e vuoi chiuderla. Non mi meraviglia che ci sia dell’odio qui dentro. (…) George, dovreste cambiare la vostra vita. Come troppi altri, l’avete costruita attorno alle comodità materiali. Diamine, morireste di fame domani se si guastasse qualcosa nella vostra cucina. Non sapreste come sbattere un uovo. Ciononostante, vi consiglio di spegnere tutto.
Ray Bradbury
Bradbury si scaglia contro la deresponsabilizzazione e la mancanza di indipendenza, sposate acriticamente dai genitori in nome di una maggiore libertà individuale che li ha portati a perdere il controllo sullo sviluppo emotivo dei bambini. I genitori proveranno a rimediare all’errore, ma sarà troppo tardi — i figli, nel terribile finale, non avranno dubbi su chi scegliere tra loro e la stanza.
Un maestro della letteratura delle idee
Diderot 24.08.2020, 17:48
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Se l’autore statunitense si concentra sulla perdita di responsabilità, due anni più tardi Juan José Arreola interpreta in maniera diversa lo scambio di ruoli. Nel suo breve racconto satirico Baby H.P., lo scrittore messicano immagina un annuncio pubblicitario per un prodotto innovativo, capace di trasformare l’energia cinetica dei bambini in energia elettrica tramite un’imbracatura metallica.
Signora casalinga: trasformi in forza motrice la vitalità dei suoi bambini. (…) D’ora in poi lei considererà con altri occhi lo sfibrante putiferio dei suoi figli. E non perderà la pazienza nemmeno di fronte ai capricci più incontrollabili, pensando che siano una generosa fonte di energia. Lo zampettare di un bambino piccolo nelle ventiquattro ore del giorno si trasforma, grazie al baby H.P., in utili secondi del frullatore, o in quindici minuti di musica radiofonica
Juan José Arreola
Sarebbe troppo semplice isolare il problema come il frutto di scelte individuali, scollegandolo dalle scelte politiche e collettive. E se trovare nuove parole o riscoprirne di vecchie per descrivere un fenomeno aiuta a isolarlo, una parola da sola non può restituire la complessità.
Sulla linea di confine tra infanzia e vita adulta si muovono forze che dobbiamo conoscere e discutere. Perché il rischio che si insinui un vecchio amico, un Arnold Friend, è sempre presente.


