C’è un punto nella versione di My Body Is a Cage cantata da Peter Gabriel in cui ho sempre un brivido. A ogni ascolto. L’orchestra è protagonista, la voce di Gabriel ripete my body is a… is a… — sempre più scura, gutturale, un ruggito nascosto sullo sfondo. All’apice tutto sfuma, l’energia decade. Rimane solo un clarinetto basso nel vuoto sospeso. Poi il grido roco, my body is a cage, esplode — ma non in maniera dirompente, la sua è una detonazione controllata, come se si scontrasse davvero con le mura di una cella. Quello è il preciso istante in cui mi si rizzano i peli sulle braccia.
Perché quel grido lo conosco, l’ho sentito centinaia di volte dentro me. È il grido della consapevolezza rassegnata, di chi si arrende a un limite dell’essere umano: la corporalità. Poter immaginare l’infinito ed essere rinchiuso nella finitezza. Ognuno ha i suoi rimedi per trovare sollievo da questa sensazione. Il mio è la letteratura, la finzione di poter entrare nella mente di un altro, di sentirne le sensazioni e uscire dalla solitudine della prigionia. E cosa ci dice la letteratura sul corpo? Che ne siamo ossessionati.
Una fissazione antica e trasversale a cui nessuno è immune. Nemmeno razionali e mistici. Per questo Aylmer, brillante scienziato del racconto La voglia (1843) di Nathaniel Hawthorne perderà la ragione nel tentativo di eliminare la piccola voglia a forma di mano dalla guancia della moglie Georgiana, una donna peraltro perfetta. Il momento in cui riuscirà a risolvere la sua ossessione coinciderà con la morte della moglie.

Nathaniel Hawthorne
Blu come un'arancia 25.10.2016, 20:20
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Il monaco protagonista del racconto Il naso (1916) di Ryūnosuke Akutagawa invece cercherà in ogni modo di ridurre la dimensione del proprio naso, da sempre fonte di sguardi ilari. Quando riuscirà a farlo però, la derisione aumenterà. Scoprirà come nel cuore dell’uomo vivono due passioni contraddittorie:
Tutti provano compassione se un’altra persona è infelice, ma se questa riesce in qualche modo a venirne a capo, per chissà quale ragione non ci si sente soddisfatti. Anzi, si vorrebbe quasi ricacciare quella persona nell’infelicità di prima, e dal nulla ci si ritrova addirittura a provare ostilità nei suoi confronti.
Ryūnosuke Akutagawa
Le silenziose voci sulla sua vanità, poco dignitosa per un monaco, gli faranno desiderare di tornare ad avere il naso delle dimensioni originarie.
Lo sguardo sull’altro, lo sguardo dell’altro: il corpo è da sempre luogo di frontiera, di accesso e uscita. E tutti siamo a volte turisti, a volte abitanti, analizziamo la cartografia di quel luogo. Se n’era accorta l’artista Jenny Saville quando in Plan dipingeva il nudo di una donna prima del suo intervento di liposuzione. Sul corpo la mappatura chirurgica segna rilievi da abbattere e rimodellare.

Jenny Saville, Plan, 1993
Quando poi i segni sono quelli del tempo, il bisturi diventa l’unico modo per invertirne il corso, come ci ricorda Sylvia Plath in Lifting (1961):
Ed eccola spacciata, la madama col doppio mento
sto installarsi, ruga su ruga, nel mio specchio—
quel calzerotto floscio infilato su un uovo da rammendo.
L’hanno rinchiusa in qualche vaso di laboratorio.
Che ci resti e muoia, o continui ad appassire per altri
cinquant’anni,
dondolandosi tutta, tastandosi i capelli radi.
Madre di me stessa, mi sveglio avvolta in fasce di garza,
rosea e liscia come una bimba appena nata.
Sylvia Plath
È questo che la modernità ci ha portato in dono, l’illusione della reversibilità della vita? Il bisturi però corregge, non annulla, e le illusioni sono fatte per infrangersi. Serve qualcuno che immagini di spezzare le sbarre della cella invece di arredarle. In un mondo sempre più virtuale, in cui le informazioni divorano gli oggetti e la realtà diventa immateriale, la visione di Ken Liu con Restare indietro traccia questa alternativa radicale.
Il racconto è ambientato dopo la Singolarità, gli esseri umani possono scegliere se farsi trasferire la coscienza all’interno di server e vivere per sempre. Liu esplora il costo emotivo del mind uploading, con la storia di una famiglia che è rimasta in un mondo in rovina. La paura per la morte dei propri cari e le difficoltà legate alla sopravvivenza rendono la decisione dei personaggi sempre più difficile.
Una vita senza corpo dunque, legati per sempre alle macchine e trasparenti gli uni per gli altri. La vittoria sulla corporalità passa attraverso la sconfitta della morte. Un’idea allettante, ma piena di rischi. Perché la nostra umanità è fatta di limiti, di barriere, di attimi importanti perché parti di un tempo che un giorno finirà. Perdere questi limiti, in fondo, è perdere la nostra stessa umanità. Davanti a uno scenario del genere, la prigione del corpo non mi sembra così male. Almeno posso sentire i brividi ogni volta che ascolto My Body is A Cage.
Kappa
Kappa 30.06.2026, 17:00
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