Letteratura

Il diario di Jules Renard, capolavoro di una vita

L’autore dei celeberrimi racconti di Pel di Carota ha scritto uno dei ‘Journals’ più importanti della storia della letteratura, pubblicato a partire dal marzo 1926. E l’ha fatto solo per non scrivere un romanzo...

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Jules Renard

Jules Renard

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Di: Mattia Mantovani 

Tutto è cominciato più o meno con Byron, circa due secoli fa: da quel momento, il diario inteso nel senso di Journal è diventato uno specifico genere letterario (a mezza via tra narrativa e saggistica) che costituisce molto spesso un complemento alla conoscenza della vita e dell’opera dei grandi autori. Oppure, come nei celebri casi dei Fratelli Goncourt, Amiel e Léautaud, ma si potrebbero aggiungere anche Frisch e Gombrowicz, nasce dal preciso intento di stabilire un contatto il più possibile diretto coi lettori presenti e futuri.

Illustrazione di G. Smith, 1890 circa

Illustrazione di G. Smith, 1890 circa

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Si scrive per la posterità, insomma, oppure per chiarirsi a sé stessi e dialogare con partner immaginari, ma sempre con una percentuale di reinvenzione sottolineata e rimarcata soprattutto da Frisch, secondo il quale ognuno, col passare degli anni, si costruisce una storia – un personalissimo Journal, si potrebbe dire – che scambia infine (più o meno venialmente) per lo specchio della propria identità e quindi per la propria vita. Una simile dialettica, fatta di sintesi parziali e provvisorie, che dicono forse la verità di un segmento della vita ma non di una vita intera, rappresenta con ogni evidenza la giusta modalità di approccio al diario di Jules Renard, che è davvero un tipico esempio di Journal: forse meno conosciuto di altri, ma senza dubbio tra i più significativi.

Non solo Pel di Carota, insomma, il racconto autobiografico che gli ha dato la notorietà e viene tuttora sciaguratamente considerato un libro per l’infanzia, quando invece costituisce uno terribile affondo nel cuore di tenebra dell’animo umano e descrive con gli occhi di un bambino le irredimibili ingiustizie del mondo, a partire dal microcosmo familiare. Davvero una strana sorte, non dissimile da quella toccata a I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift.

Si considerava particolarmente versato nel genere delle phrases courtes, nella misura breve dell’aforisma o al massimo dell’apologo. Ne ha scritti tanti – bellissimi, profondi, spassosi e urticanti, tali da inserirlo in un ideale pantheon insieme a Wilde, Butler, Kraus e Flaiano – ma ha scritto anche per il teatro e si è confrontato con la misura più lunga del romanzo e del racconto a cornice (Lo scroccone e le Storie naturali, due gioielli seminascosti che meriterebbero una seria e attenta riscoperta).

Il rossocrinito Jules Renard nasce il 22 febbraio 1864 a Châlons-du-Maine e muore a soli 46 anni a Parigi il 22 maggio 1910, a causa di una precoce senescenza. A partire dal 1887 tiene un diario che termina poche settimane prima della morte, viene scoperto soltanto quindici anni dopo e poi pubblicato in cinque volumi dall’editore Bernouard tra il marzo 1926 e l’autunno 1927. Renard registra gli avvenimenti della Parigi di fine secolo, mette per iscritto aforismi, riflessioni personali e resoconti di eventi familiari, il tutto restituito in forma di appunti di poche righe (le phrases courtes) o di un paio di pagine. È stato tradotto per la prima volta in italiano da Orio Vergani nel 1945, ma in ambito italofono non gli è mai stata dedicata la giusta attenzione (attualmente non c’è nessuna edizione in commercio).

Il secolo esatto che ci separa dalla pubblicazione non ha minimamente diminuito e anzi ha contribuito ad accrescere il fascino del suo Journal. Il diario di Renard, in questo molto simile al Journal di Amiel e al Journal littéraire del suo fratello spirituale Paul Léautaud, rimane infatti lo straordinario esempio di una vita vissuta e raccontata in tutte le sue venature e screziature, in tutte le sue vertigini e i suoi abissi. Cinico sentimentale e moralista immorale, Renard non ha risparmiato amici, conoscenti, convenzioni, finzioni culturali e ipocrisie civili, ma nemmeno i propri vizi e le proprie miserie.

Se quindi ci si chiede cosa rimanga, cent’anni dopo, la risposta è semplice: tutto. Perché l’egotista Jules Renard, con la sua descrizione giorno per giorno, quasi ora per ora, di una vita umana nel suo farsi e disfarsi nella trama del tempo, è l’incarnazione di tutte le contraddizioni immanenti alla pretta fatalità biologica dell’esistenza. Ha scritto nella nota del 24 maggio 1909: «Nella mia vita non vedo che motivi per non scrivere un romanzo». In fondo aveva ragione, perché il vero romanzo lo ha scritto vivendo: è il suo diario.

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