Il suo fraterno amico Thomas Bernhard le ha reso un commovente omaggio in un passo di Estinzione, il suo ultimo romanzo, pubblicato nel 1986. Ingeborg Bachmann era morta tredici anni prima a Roma, in circostanze piuttosto oscure e mai definitivamente chiarite (l’abitazione che prende fuoco mentre lei è immersa nel sonno, forse una sigaretta fumata a letto e un torpore letale, dovuto all’assunzione di un forte barbiturico: tutto il resto è leggenda, o quasi). Nel romanzo di Bernhard, la romana d’adozione Ingeborg è riconoscibile nel personaggio di Maria, la poetessa austriaca che viene rievocata in questi termini: «Cenare con Maria, questo ci vorrebbe adesso, parlare con lei delle sue nuove poesie. Ascoltarla. Fidarmi di lei».
Verità e bellezza dei carteggi letterari (1./2)
Laser 01.04.2026, 09:00
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Le belle parole di Bernhard tornano alla mente in occasione del centenario della nascita (nata il 25 giugno 1926, Ingeborg Bachmann è morta a Roma il 17 ottobre 1973) e invitano a rileggere non soltanto le sue opere più celebri e giustamente celebrate (Il trentesimo anno, Tre sentieri per il lago, Il buon dio di Manhattan, Malina, le meravigliose poesie), ma anche testi meno frequentati come A occhi aperti, un volume che raccoglie un folto gruppo di scritti apparsi tra il 1952 e il 1970, con l’aggiunta di alcuni inediti, che nel loro insieme vanno a comporre una specie di autobiografia indiretta, perché la Bachmann si racconta per mezzo degli altri e dell’“altro”: non soltanto gli scrittori, gli artisti e i pensatori che hanno modellato la sua visione della realtà, ma anche i luoghi, gli ambienti, le città (la natia Klagenfurt, il Wörthersee, gli anni di studio a Innsbruck e Graz, le patrie d’elezione Vienna e Roma), le esperienze, i dubbi, le incertezze e gli spaesamenti.
C’è davvero tutto, in queste pagine, anche se manca uno degli snodi decisivi della sua vita: la burrascosa relazione vissuta prevalentemente a Roma tra il 1958 e il 1963 con Max Frisch, che però la Bachmann ha reinventato letterariamente in alcune opere narrative. Nel 2023, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte, Margarethe von Trotta ne ha tratto un film che nella versione originale si intitola Reise in die Wüste” (“Viaggio nel deserto”).
È molto rivelatore, in particolare, uno dei testi inediti, situabile pressappoco nel 1969, nel quale la Bachmann individua il nucleo della proposta poetica di Bernhard e insieme definisce la propria concezione della scrittura, intesa quale ricerca della “parola assoluta” oltre le menzogne e le frasi fatte del parlare quotidiano e della “lingua falsa”: «L’attualità di Thomas Bernhard non è un esperimento di enigmistica letteraria, né una dimostrazione calligrafica di coraggio, bensì una radicalità che risiede nel pensiero ed è spinta fino alle sue estreme conseguenze». Tra le tante definizioni che si possono dare dell’opera di Bernhard, questa è forse la più vera ed empatica, perché nasce dalla comune quanto sofferta percezione di una certa provincia austriaca (la Carinzia nel caso della Bachmann, la zona di Salisburgo in quello di Bernhard) e da una consonanza intimamente sentita e vissuta, poi rimodellata nella reinvenzione letteraria.
Ma non c’è soltanto Bernhard nel pantheon di Ingeborg Bachmann. Ci sono anche gli altri autori prediletti, il concittadino Musil, Paul Celan, Franz Kafka, Sylvia Plath, e poi i luoghi (Roma fra tutti), percepiti come espressione visibile e tangibile di una realtà fatta di violenza, insensatezza e dolore ma affrontata con coraggio, perché a farci “aprire gli occhi” (nonché a farci esistere) è precisamente «quello stato lucido e straziante in cui il dolore diventa fecondo», creando la tensione che sospinge «verso l’assoluto, l’impossibile, l’irraggiungibile». In una parola: l’utopia, la ricerca di una dimensione fondante, dove la parola riacquista significato ed esprime il valore di una speranza. La letteratura diventa perciò uno strumento di conoscenza del mondo e di sé stessi:
Io esisto soltanto quando scrivo, quando non scrivo non sono niente
Il che significa: incoraggiare alla verità e pretenderla anzitutto dalla propria vita. Al di là di una certa corriva mitizzazione, dovuta anche alla vicenda biografica e alle circostanze della morte, è probabilmente questa l’eredità più autentica di Ingeborg Bachmann a un secolo dalla nascita.
Ingeborg Bachmann, "Mio uccello"
Colpo di poesia 26.11.2021, 21:00
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