Letteratura

John Steinbeck

Ira e Furore

  • 27 febbraio 2023, 00:00
  • 5 febbraio, 15:56
  • LETTERATURA
  • CULTURA
steinbeck
Di: Mattia Cavadini

Nell’imperversare del manierismo e del trionfalismo della cultura nazi-fascista, ecco che approda in Italia la prosa di John Steinbeck (l'autore nato a Salinas il 27 febbraio 1902). A farla conoscere è Cesare Pavese che nel 1938 traduce per Bompiani Uomini e topi. È una rivelazione: l’italofonia scopre l’esistenza della narrativa proletaria, una narrativa comprensibile alle masse, che focalizza l’attenzione sull’umanità disperata che la tragedia economica degli anni Trenta sta ingenerando.

La reazione dei critici in principio è tranciante: l’opera viene etichettata come folkloristica e picaresca, ma poi, grazie alle giovani generazioni e al ribaltamento culturale, Steinbeck diventa l’emblema di una nuova forma di scrittura.

Nell’Europa preda dei totalitarismi, inneggianti all’autarchia culturale e politica, la voce di Steinbeck indica un’alternativa possibile. È l’alternativa del New Deal roosveltiano, che in America soffia forte, ispirando molteplici scrittori, che si fanno carico di denunciare le ingiustizie sociali e di affermare nuove forme di vita semplice e liberata.

Il libro, Uomini e topii (la cui riduzione teatrale a Broadway apre a Steinbeck le vie del successo), è originariamente pensato come un libro per bambini: “Voglio ricreare un mondo infantile, non di fate e giganti ma di colori più chiari di quanto non lo siano per gli adulti, di sapori più acuti, e degli strani sensi di angoscia che a momenti sopraffanno i bambini. Bisogna essere molto onesti e molto umili per scrivere per i bambini”.

Il tema del libro non è ancora quello della frustrazione sociale che impedisce agli uomini di sottrarsi dalla macchina del Male, ma già lo prelude. Così come prelude il tema della solitudine e dell’oppressione, che tiene gli uomini divisi e ostili. L’elemento che nel libro emblematizza la scissione fra gli individui è l’uxoricidio che il marito gigante mette in atto contro la moglie; mentre il senso di frustrazione sociale si esplica nella ricerca delusa di un terreno dove allevare conigli.

Questi due motivi (scissione e frustrazione) costituiranno il perno del libro maggiore di Steinbeck, Furore. Considerato il suo capolavoro, esso è un’istantanea della depressione americana. Il titolo originale, “Grappoli d’ira” (The Grapes of Wrath), trae spunto da un passo dell’Apocalisse (Ap, 14, 14-20). L’ira di Dio e dell’Autore è rappresentata nel libro dal sistema finanziario, il cosiddetto mostro: “Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L'hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo”.

Al centro del romanzo c’è la figura di Tom, di Al e della loro madre. La famiglia decide di abbandonare l’Oklahoma alla ricerca di una terra da coltivare, lungo la Route 66, ma sono costretti di volta in volta ad abbandonare i luoghi in cui approdano, a causa delle forme di schiavitù perpetrate dai proprietari terrieri, supinamente asserviti alla nuova e impietosa legge dell’utile. Una legge che prevede la riduzione degli uomini a macchine, da gestire a cottimo e tiranneggiare. Del resto, come scriveva Bernanos, la schiavitù esisterà sempre su questa terra fintanto che i poveri non avranno che la loro pelle da dare in cambio di un briciolo di pane.

Il paesaggio che fa da sfondo al libro, segnato in alternanza da piogge torrenziali e da un’aridità asfissiante, offre il correlativo oggettivo di una vicenda senza speranze.

Quello che inizialmente appare come il sogno americano, simboleggiato dalla California, il paradiso della coltura e dell’abbondanza, si rivela un baratro senza fine. Nessuna terra promessa attende la carovana al termine del nomadismo imperituro. Anzi, la California sarà l’epilogo di una vicenda di sopraffazione, miseria e negazione della dignità umana.

Ad accompagnare la famiglia di Tom nella migrazione, ci sono anche la giovane sposa Rosasharn (Rose of Sharon), in attesa di un bambino, col marito Connie, il fratello Noah, la sorella Ruth e il fratello minore Winfield, un ex-predicatore di nome Casy (che arricchisce il libro di pensieri mistico-filosofico-libertari), il babbo, lo zio John e i vecchi nonni in condizioni precarie. Una combriccola di derelitti sorretti da una grande dignità e da un’indomita speranza.

Il destino della carovana si chiude in modo cupo: un’inondazione cancella ogni possibile radicamento sulla terra, Rosasharn partorisce un bambino morto. La struggente immagine di Rosasharn che allatta un uomo stremato dalla fame offre un barlume di solidarietà, l’immagine di un seme da cui forse germoglierà qualcosa di nuovo e di buono.

Il tono del libro alterna descrizioni epico-naturalistiche e digressioni spirituali. I due accenti incarnano la voce di Steinbeck, costantemente divisa tra misticismo e adesione partecipativa alla realtà (sia essa naturale e sociale). I rimandi biblici, le allusioni medievaleggianti, fanno da sfondo e supportano una trama che mette in scena la condizione di un’umanità che sembra essere condannata alla via stretta della croce, piuttosto che quella larga della gloria.

Al dio Sconosciuto, Cavallino rosso, La valle dell’Eden sono altri libri indimenticabili dell’autore, che col tempo sarà sempre più segnato da una vena sovrannaturale (Santa Rossa, e L’inverno del nostro scontento). Tutti libri che mostrano una loro grandezza proprio laddove maggiormente aderiscono alla semplicità, mentre quando spaziano in voli filosofici e pindarici a volte si incagliano. Libri, comunque, che fanno di Steinbeck un’icona della narrativa americana, che da sempre eccelle per il suo storytelling lineare, semplice, terso, ai confini con l’oralità.

Insieme a Hemingway, Steinbeck rappresenta uno dei maggiori esponenti di questa tipologia di scrittura, che ancora oggi influenza non solo la narrativa mondiale, ma anche altre tipologie di narrazione (esplicate su nuovi supporti e secondo nuove modalità).

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