A dicembre saranno cent’anni dalla morte di Rainer Maria Rilke: un secolo durante il quale la sua voce ha continuato a echeggiare, mentre la sua lezione è rimasta spesso disattesa. In particolare è venuto progressivamente meno, soprattutto nelle ultime generazioni, quello che vorrei chiamare il «pudore poetico».
150 anni di Rainer Maria Rilke
Alphaville 04.12.2025, 11:45
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Oggi si scrive per così dire a raffica, senza contegno, in modo compulsivo e bulimico. E rispetto al dovere di lasciar sedimentare il proprio sguardo prima di consegnarlo alle pagine, si tende ad avere una sorta di sdegnata indifferenza. «Ma come?» si chiede spesso il poeta contemporaneo. «Io ho talento, so maneggiare la penna, cos’altro mi manca per dare alla luce i miei versi?»
Ecco, precisamente da questa sicumera ha preso le distanze Rilke, oltre cento anni fa: dall’idea che la poesia potesse prescindere dalla sedimentazione dello sguardo. Ovvero: che la poesia potesse risparmiarsi dall’innervarsi nel tessuto dell’esperienza. Vale a dire: che la poesia potesse nascere dal nulla, cioè dal solo talento.
Lo sapeva fin da molto giovane. Tanto che nei Quaderni di Malte Laurids Brigge ebbe a scrivere:
Penso che sia bello, essere vecchi.
E in un altro passaggio, altrettanto emblematico:
Credo che dovrei cominciare a lavorare un poco, ora che imparo a vedere.
In una sola frase è condensata una lezione secolare di umiltà, consapevolezza e responsabilità. Credo: il poeta non ricade nella sicumera della certezza, egli crede soltanto, presume, probabilmente spera, ma non sa. Dovrei cominciare: il condizionale indica un’ipotesi: la sospensione di ogni certezza, un timido e audace salto nel buio. Ogni poeta che si rispetti avverte nell’indugio di fronte alla vita e alla pagina uno stesso imperativo: provare, avventurarsi, azzardare, sempre in quella condizione preliminare di chi non conclude bensì comincia, di chi lo sguardo lo trattiene in una dimensione aurorale.
A lavorare: la poesia non è mera accoglienza, oppure passiva, semplice e indolente ispirazione, ma atto volitivo, azione, lavoro, impegno, affondo nella parola. Un poco: non troppo, non subito, non senza freni, non bulimicamente, ma nel contegno assorto della fatica, del tentativo, della parsimonia: il poeta centellina ogni parola, non la riversa avidamente sulla pagina. Ora che imparo a vedere: ora cioè che le cose cominciano a sedimentare, ora che la parola si fa degna alleata della vita e dell’esperienza, ora che la parola, soprattutto, è sorretta da uno sguardo, ha uno sguardo, non sgorga da un anelito estetico fine a se stesso, ma affonda in una visione, in una capacità di vedere, che a sua volta è un lento processo (imparo) e richiede paziente dedizione all’osservazione del mondo e delle cose («essere cosa tra le cose» diceva in uno dei suoi versi Rilke).
Ma ciò che questa brevissima, semplice e immortale frase rivela è solo un annuncio. Qualche pagina oltre Rilke esplicita la sua lezione in un paragrafo che, probabilmente, segna uno dei punti più alti della letteratura di tutti i tempi. Ne riportiamo solo una parte, certi che valga da monito per chiunque azzardi la poesia prima di averla nutrita di esistenza e meditazione:
Oh, ma con i versi si fa ben poco, quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze.
E qui comincia una vertiginosa elencazione che trascina il lettore nell’abisso del pudore rilkiano, travolgendolo nel vortice del dovere alla vita, prima che nel dovere alla poesia:
Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino.
Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati (...)
Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate.
E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono.
Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.
Si potrebbe obbiettare che la poesia dovrebbe allora essere giocoforza senile. Ma non è questa la lezione di Rilke. Egli non esorta alla vecchiaia, esorta alla vita, all’esperienza e alla pazienza. Esorta, insomma, senza farne un dogma né una legge, a una semplicissima presa di coscienza: laddove un verso, la prima parola di un verso, non sia la risultante esistenziale di un affondo radicale nella vita, non siamo di fronte alla poesia ma al poetare. E la differenza tra essere poeti e poetare è precisamente in questo: i primi scorgono e poi rivelano la vita, i secondi non scorgono nulla e rivelano solo il nulla.
Rilke e l'irruzione delle "Elegie"
RSI Cultura 20.03.2018, 08:23



