Letteratura
1826-2026

Anno 2100: la fine del mondo secondo Mary Shelley

200 anni fa l’autrice di Frankenstein pubblicava “L’ultimo uomo”: capolavoro (quasi) dimenticato sulla peste, la solitudine e il coraggio di sopravvivere

  • Oggi, 08:00
Mary Shelley ritratta da Samuel John Stump, 1831

Mary Shelley ritratta da Samuel John Stump, 1831

  • IMAGO / Heritage Images
Di: Lucrezia Greppi 

Intingere la penna nelle proprie lacrime per lasciar fluire una storia senza tempo sulla solitudine più estrema: quella dell’ultimo uomo sulla terra, quella della stessa autrice, Mary Shelley, «ultima reliquia di una razza amata». Sopravvissuta alla morte di tre figli, del marito Percy e dell’amico Byron, ridà vita, sulla pagina, ai suoi più cari affetti perduti, per dir loro addio un’ultima volta. L’interpretazione dei frammentari scritti della Sibilla è l’espediente narrativo per ritessere la trama della sua vita in un’originale opera in tre volumi: un riuscito pastiche in cui convivono il romanzo sentimentale e politico-sociale, il genere bellico e apocalittico, nonché la letteratura di viaggio, con protagonisti non giovani rampolli, ma disperati in fuga dalla peste e in cerca di un porto sicuro.

Prima edizione di "The Last Man", 1826

Prima edizione di "The Last Man", 1826

  • Henry Colburn

Una vana speranza, come rivela il titolo del romanzo – L’ultimo uomo –, e svela il solitario narratore Lionel sin dalle prime pagine, quando paragona la nostra fragile esistenza a una «navicella» preda delle correnti e destinata al naufragio. L’«ingannevole sorriso» del mare tradisce i naviganti: lo sa bene Mary Shelley, il cui marito annegò travolto da una tempesta; è sempre più chiaro anche a Lionel, che nell’oceano vede fluttuare il corpo senza vita della sorella (Perdita) e scomparire, tra le «onde portatrici di morte», il suo più caro amico (Adrian-Percy) e l’adorata nipote adolescente (Clara). Il mare non può che essere per i due superstiti (Lionel-Shelley) una «tomba marina» il cui «odioso sciabordio» somiglia a un «canto funebre»; una triste litania in cui riecheggia la vita mai vissuta della prima e terza figlia dell’autrice, di nome Clara: bimbe che poté abbracciare per una manciata di giorni l’una, per poche settimane l’altra.

Rievocare la morte dell’amato, sognare il viso e l’animo di una figlia mai sbocciata, riservare a un amico eccezionale una fine eroica: in questo mondo risplendente «di immaginazione e di forza», l’uomo che combatté realmente nella Guerra d’indipendenza greca, non è vinto dalla malattia. L’eroe (Raymond-Byron) si immola per la patria a Costantinopoli – invano. Un tragico epilogo che segnerà anche la sorte della moglie, Perdita: l’«orgoglio indomabile della sua natura» la porterà a togliersi la vita quando comprende di essere stata ingannata e allontanata dalle terre che accolgono il marito defunto. «Ad Atene»: è il biglietto che stringe nella mano, la conferma che nessuno può plasmare il suo destino, l’inappellabile sentenza che inchioda la presunzione di chi pretendeva di sapere meglio di lei cosa fosse meglio per la sua vita.

A considerare la propria libertà come «sacra e inviolabile» è pure l’altra donna protagonista del libro, Idris, figlia della contessa di Windsor. Non esiterà ad abbandonare lusso e ricchezze per sposarsi con il parvenu Lionel – prima semplice pastorello poi rispettato diplomatico –, infrangendo così i sogni di grandezza della madre, che per questo la disconoscerà. La coppia vivrà anni felici sino a che il flagello della peste non si abbatte sulla loro famiglia, strappandogli il figlio Alfred. Una vera e propria pandemia che nell’anno 2100 risparmia un sol uomo, l’unico immune da un «nemico invisibile» che, oggi, ben conosciamo.

Shelley racconta con sorprendente lucidità come il virus si insinua nell’animo umano: prima è un’eco lontana, che alimenta l’illusione di esserne al riparo; poi l’inquietudine cresce, mentre una parvenza di normalità continua a rassicurarci; infine, quando la notizia diventa «pubblica e definitiva», ogni certezza si dissolve, l’uomo si aggrappa a “falsi profeti” e, guidato dal terrore, pensa solo a sopravvivere: «il vizio e la virtù avevano perso le loro connotazioni – la vita, solo la vita – era l’Alfa e l’Omega di ogni più abbietta ambizione della razza umana».

Non così per l’ultimo uomo, che lascia una terra desolata e sicura, per spiegare le vele verso l’ignoto, sulla sua fragile navicella. Un coraggio pari a Mary Shelley, che affronta gli abissi del suo cuore per consegnarci una struggente e meravigliosa epopea della solitudine.

Margherita Saltamacchia in Frankenstein
04:36

Frankenstein, autoritratto d’autrice  

RSI Cultura 18.06.2026, 14:35

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  • Julian Michaels e Paride Dedini - Neo del 30.05.2026

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