Si è già scritto della funzione sociale del clown. Più raramente del suo corrispettivo: sappiamo, più o meno, a cosa ci servano i pagliacci; ma noi, a loro, a cosa serviamo?
In altre parole: chi è il clown?
Un monaco del passato l’avrebbe risolta facilmente: è il diavolo.
Sarà Umberto Eco, tra gli altri, a essere emblema del rovesciamento in un’ottica moderna, per cui la risata può esorcizzare la paura dell’inferno ed essere, soprattutto, strumento di ribellione rispetto al potere.
Lunga e liberatoria la tradizione del clown come ribelle. La indaga bene Victor Hugo. In L’uomo che ride descrive Gwynplaine, un Joker ante litteram, però meno oscuro. Forzato alla risata da una deformazione a opera dei comprachicos, nobili che rapivano bambini e li sfregiavano per il loro stesso divertimento, è un personaggio bellissimo, come ogni personaggio di quel libro. A differenza di Joker, l’apparenza non corrisponde al suo destino. Anche Quasimodo di Notre Dame de Paris è vicino al clown, ma è una figura più complessa e dolente. Hugo riassume in lui, con la sensibilità preveggente del grande scrittore, temi portanti e rimossi: l’abilismo, il discorso su bellezza e bruttezza, l’isolamento sociale; si realizza infine che è Frollo il vero pagliaccio, con la sua serietà forzata e il suo sadismo mascherato da fede.

Grock, 1930 circa
Arriviamo a oggi. Grock, il “re dei clown”, affermava che il cadere e rialzarsi del pagliaccio fosse una rappresentazione del fallimento; ecco una prima verità sulla sua funzione sociale.
Dunque il clown è liberatorio: in esso il pubblico proietta le parti negative di sé e le esorcizza grazie alla risata. Questo è il clown per il pubblico.
Ma cos’è il pubblico per il clown?

Tim Curry nei panni di IT, 1990
È qui che si entra in un’ottica più oscura. Perché, se è ben chiara quale necessità collettiva sia riassunta nel pagliaccio, cosa può invece portare un individuo a farsi maschera ridanciana - goffa, nervosa, grottesca - e mettere in scena sotto la lente dell’ironia la sua umanità, forse altrimenti non esorcizzabile?
Se il pubblico ha bisogno di perdonarsi tramite il clown, il clown ha bisogno di essere perdonato.
Ed ecco che si arriva alle interpretazioni moderne. Alle tinte horror che da decenni accompagnano la figura. IT di Stephen King è l’infanzia negata, il rimosso (il tombino), il nulla trasformista che di volta in volta assume le fattezze che gli servono a predare. Saw l’Enigmista è l’incarnazione del sadismo, del desiderio d’ingabbiare e punire, gioendo del dolore altrui. Lui ride, non fa ridere.

Krusty il Clown, 1989
Krusty il Clown è l’incarnazione più attuale del pagliaccio-oscuro. Inizialmente Matt Groening l’aveva pensato come l’identità segreta di Homer, e Bart avrebbe apprezzato Krusty, ma non il padre; c’era, in quest’idea non realizzata, qualcosa di profondo. Una riflessione sul maschile, sul tipo di maschera che porta un uomo adulto a inventare un cartone animato come I Simpson, dove tutti sono clown e allora nessuno è clown; una visione del mondo come spettacolo di marionette oscure.

Pablo Picasso, "Pierrot", 1918
Sempre rispetto a un certo tipo di maschile non si può non menzionare Pablo Picasso. Nel periodo blu e nel periodo rosa, Picasso è ossessionato dai pagliacci; raffigura circensi - dunque figure vere, prima che archetipi - e ne denuncia la solitudine, coglie povertà e tristezza dietro la maschera. Si identifica con loro e lo fa indebitamente, dato che la condizione dei circensi era ben diversa da quella di un artista che prosperò e trasformò il suo nome in un brand ante litteram, coltivando un fruttuoso culto della personalità. Nel memoir La mia vita con Picasso Françoise Gilot racconta l’identificazione che lui aveva con Charlie Chaplin, al limite del rapporto parasociale. Tanto lo esaltò all’inizio, quanto lo disprezzò alla fine. Non visse bene il naturale invecchiamento di Chaplin: “Non può più incarnare fisicamente il clown”. Lo intristiva e ritenne che non facesse più ridere. Picasso aveva scelto Chaplin come doppio, e trovava difficile affrontare l’invecchiamento (la crescita) del secondo perché era più facile criticare quello di un altro che il proprio, e le paure a esso legate.
Perché i clown ci fanno paura? (3./10)
Come una iena 13.12.2023, 11:45
Contenuto audio
Appurato che il clown non è il diavolo ma un uomo, un uomo spesso dolente, è forse qui che ha senso scavare in futuro. Almeno per risparmiarci il sadismo di Saw, il vuoto di IT, il machismo di Picasso; per tenerci solo la risata, una risata che somigli sempre meno a quella dell’oppressore e sempre di più, invece, a quella del ribelle.

Viva il clown!
RSI Audio 24.03.1965, 09:53





