letteratura medievale

La secchia rapita e il genio ironico antimilitarista di Tassoni

700 anni fa la battaglia di Zappolino insanguinava la città italiana di Bologna. 400 anni fa, Alessandro Tassoni la raccontava in un poema eroicomico che descrive le gesta cavalleresche come ridicole: niente più Orlando Furioso, arriva il Conte di Culagna

  • 17 novembre, 12:00
  • 17 novembre, 13:20
Storia della secchia rapita, incisione ottocentesca

Storia della secchia rapita, incisione ottocentesca

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Di: Lucrezia Greppi 

Scalzi e in ciabatte, chi brandendo una padella e chi con un secchio in testa al posto dell’elmo: non poteva che iniziare così, con dei sonnecchianti e sgangherati soldati, sorpresi dall’attacco nemico, il comico scontro che sfocerà in una guerra per una «infelice e vil Secchia di legno». Quella narrata da Alessandro Tassoni nel suo poema e ispirata all’assurda e violenta Battaglia di Zappolino (15 novembre 1325), durante la quale i modenesi, giunti fin dentro Bologna, si impadronirono per spregio del vecchio e tarlato recipiente destinato a diventare un cimelio.

Un oggetto frivolo, che come spesso accade, diviene presto un simbolo. La «degna e gloriosa spoglia» è da subito equiparata dall’autore all’Elena troiana dell’Iliade, preannunciando così lo scarto rispetto ai poemi epici antichi: nella Secchia rapita (1622), capostipite del genere eroicomico, ci si ammazza per una «Secchia da un baiocco», i leggendari destrieri diventano smunti ronzini, le armi che impugnano gli ormai pavidi e sciatti cavalieri sono fatiscenti e ridicole. Non stupisce che, nel 1972, da quella storia sia stato tratto un cartone animato per la TV, firmato dal fumettista, attore e scrittore Pino Zac.

I soldati della Secchia, perlopiù «armati a la campagna», combattono con lance, ronche e rampiconi, mazzafrusti e giavellotti, «spiedi porcherecci» e «tagliaricotte». Mai sottovalutare gli utensili da cucina: la «pestarola da salsiccia» sarà fatale per Sabatin Brunello. Gli stratagemmi difensivi non sono meno stravaganti: ferri “avvelenati” con «agli e porri e cipollette», e bastioni pieni di maccheroni, biscotti e vino; brevetto di mastro Pasquino che aveva come solo inconveniente il fatto che le truppe «sempre a capo chino / stavano a custodir le guarnigioni». Gli stessi soldati di Re Enzo, più ghiotti che fedeli, lo abbandonano – fu fatto prigioniero dai bolognesi, come avvenne durante la battaglia della Fossalta (1249) – per saccheggiare degli asini carichi di salumi.

Poco onore ed un equipaggiamento bellico malandato è riservato anche all’“eroe” comico del poema, il Conte di Culagna, la cui armatura è sì «d’argento e molto adorna» ma al primo colpo infertogli da Titta di Cola «si schiodò la goletta e la visiera / s’aperse e diede lampi il corsaletto». Lancia, scudo, spada e corsaletto dovevano essere ben antiquati se Tassoni aggiunge che «del secol nostro» possiede un elmetto e un cimiero. Quest’ultimo è ornato di piume, in pendant con il suo stendardo, che effigia un pavone: simbolo della vanagloria del personaggio, che vanta titoli nobiliari, seppur indebitamente acquisiti, giacché comprati in cambio di un prosciutto, e finge coraggio mentre in realtà è un codardo. Tanti orpelli non faranno altro che attirare l’attenzione di nemici che Culagna non è in grado di affrontare: il bolognese Salinguerra, vedendolo «pomposo d’armi e di bei fregi altero», lo attacca credendolo un degno avversario, ma dovrà ricredersi, quando lo vedrà darsela a gambe.  

Ritratto del poeta Alessandro Tassoni, XVII secolo

Ritratto del poeta Alessandro Tassoni, XVII secolo

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Non a caso le armi di Culagna sono definite «gli arredi suoi da guerra»: un semplice travestimento, una decorazione luccicante ma fragile, come i valori degli antichi cavalieri dispersesi nel tempo. Su questa tematica rifletterà il capitano Salinguerra, nel discorso ai suoi soldati: «uomini vani / che gite armati sol per ornamento, / ove sono le spade, ove le mani, / ove il cor generoso e l’ardimento?». Di armi e valori infranti si riparla nel sesto canto, in occasione dello scontro con il Conte di Miceno: soppravesti dorate, cimieri e scudi «volan squarciati e triti in pezzi e ‘n polve; / il vento gli disperge e gli dissolve». Qualche ottava più avanti Salinguerra, abbandonato dai propri soldati (la ramanzina evidentemente è andata a vuoto), chiede all’avversario di poter seguire le proprie truppe per riportarle in battaglia. Il bolognese fa dunque appello alla cortesia cavalleresca del Conte, il quale però gli risponde che «è morto Orlando e non è più del tempo».

Le virtù del cavaliere classico sono scomparse e in primis l’onore in battaglia, per il quale proprio il citato paladino ariostesco si era battuto: nel nono canto dell’ Orlando furioso getterà in mare l’infame archibugio con cui re Cimosco aveva trucidato i familiari di Olimpia; un «abominoso ordigno» in grado di distruggere il mondo e di rendere forte anche chi non ha valore. L’utilizzo delle armi da fuoco in battaglia, tra l’altro, determinerà la crisi della cavalleria come corpo militare, e il conseguente declino della figura del cavaliere. Così dal prode Orlando si è passati al vile Conte di Culagna…

Si è visto che nella Secchia rapita, come negli intenti programmatici dell’autore (che paragonava la sua poesia a «drappo cangiante in cui mirabilmente risplendono ambidue i colori del burlesco e del grave») convivono parti puramente comiche ed altre più riflessive velate d’ironia. Come previde Tassoni «gl’idioti non mireranno fuor che alla superficie delle burle che vi sono per entro»: in effetti spesso si riduce l’eroicomico a una lettura di puro intrattenimento, eppure il genere ideato dallo scrittore modenese si propone sì di dilettare il lettore, ma riprendendo precisi topoi epici e mettendo in luce lo iato tra la tradizione passata e quella presente. Nei passi citati emerge inoltre una sorta di nostalgia per quei valori antichi andati «in pezzi e ‘n polve»; in altri, che vedremo, vi sono delle sfuggenti ma ferme condanne alla violenza e assurdità della guerra.

Sin dal primo canto, Tassoni, dopo aver descritto la furia del cavaliere Gherardo, il quale «di sangue inonda i campi», commenta che «veramente / fu peccato ammazzar sì nobil gente». Violenza distruttiva che ritorna nel quinto canto, nel racconto dell’espugnazione di Castelfranco da parte dei modenesi. Si parla di una pioggia di cadaveri («morti infiniti si vedean cadere») e dell’inondazione «di pianto, d’orror, di sangue e morte». Ed ancora una volta, un elusivo e amaro commento sulla desolazione dopo la distruzione: «Il Potta vuol che Castelfranco sia / esempio eterno a non mancar di fede. / Furore ha luogo; ogni pietà s’oblía: / veggonsi in ogni parte incendi e prede; / e cade in poca cenere un castello, / di cui non era in Lombardia il più bello».

Il secchio in questione

Il secchio in questione

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La «vil» e «gloriosa» Secchia, dopo sette secoli, è ancora tra noi, nel Palazzo comunale di Modena, a eterna memoria dell’odio che ieri divideva guelfi (Bologna) e ghibellini (Modena). L’archibugio si è nel frattempo perfezionato divenendo una perfetta macchina da guerra, pronta a seminare morte in nome non di un pezzo di legno ma briciole di terra. I nuovi guelfi e ghibellini digitali, danno agli uni degli eroi e agli altri degli assassini, scannandosi «non altrimenti / che disciolte poledre a calci e denti». Campioni del conflitto a distanza – lancia in resta da tastiera – torneranno sereni, senza un graffio, «a mangiar l’oca a casa». La Secchia se la ride, nella sua teca, di fronte al nostro eterno bisogno di nemici: cambia il secolo, cambiano i nomi, ma la follia resta identica.

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