le interviste di cliché

Paolo Nori preferisce essere matto

Lo scrittore italiano, curatore di ben quindici “repertori dei matti” (tra i quali uno dedicato al Canton Ticino), racconta i motivi per cui è facile invaghirsi dei folli. Ma anche quelli per cui è impossibile non amare la letteratura russa

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Paolo Nori

RSI Cliché 24.03.2026, 09:00

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Di: Carla Clavuot 

Paolo Nori, lo scrittore che ancora sanguina da quando a quindici anni ha letto per la prima volta Delitto e Castigo. Quello che traduce i russi. Lo stesso che ha celebrato la grande poetessa Anna Achmatova con un’accorata biografia dove, come sempre, scopre anche pezzi di sé, ancor più accorati perché più sentiti. È quello che dopo, che gli hanno annullato un ciclo di lezioni su Fedor Dostoevskij, non solo ha continuato a tenere lezioni su Dostoevskij, ma ha scritto un libro dedicato alla censura, fregiandosi del titolo di “filorusso anonimo”. Quello che, insomma, coglie il paradosso del momento storico in cui ci troviamo: è più sicuro non parlare di un’intera generazione di letterati, poeti e scrittori che sono stati pura testimonianza della forza della parola scritta contro un sistema totalitario.

Cliché l’ha incontrato nella sua Bologna, città che l’ha adottato (nasce a Parma) e dove ama girare in bicicletta, con un paio di immancabili cuffie ben calcate sulle orecchie. Il tema, manco a dirlo, è la follia. Non solo perché Nori ha curato quindici “repertori dei matti” per altrettante città, ma anche perché dei matti è sempre stato invaghito: capolavori inutili, come li definiva Giorgio Manganelli, personaggi cui l’arte non smette di ispirarsi.

Io se devo scegliere tra essere matto o essere normale, non ho dubbi. Preferisco essere matto.

Paolo Nori

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Follia

Cliché 27.03.2026, 21:55

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