Letteratura

Prisca Agustoni

Parole sul filo dell’acqua

  • 18 settembre 2023, 11:56
  • 29 gennaio, 16:05
  • LETTERATURA
  • CULTURA
Prisca Augustoni

Raccontare il mondo attraverso la poesia, trovare una narrazione diversa per descrivere la crisi climatica. I versi di Prisca Augustoni nella sua raccolta ‘Verso la ruggine’ ci portano a Minas Gerais, sulle rive del fiume Rio Doce, teatro negli ultimi decenni di tragedie climatiche che hanno devastato la regione e le vite di chi vi abita. Il libro è stato pubblicato per Interlinea nel 2022 e ha valso alla sua autrice il premio svizzero di letteratura 2023.

Minas Gerais

Prisca Agustoni è poetessa, professoressa e traduttrice, ha all’attivo numerose pubblicazioni in italiano, portoghese, francese e spagnolo, e vive in Brasile da quasi vent’anni. Torna però spesso anche sulle rive del lago Ceresio, dove è nata. Io l’ho incontrata proprio qui, in un parco che lungo la nostra chiacchierata si popolerà di voci, rumori, onde, a testimonianza del mondo che contamina l’arte e di una voce che racconta il presente. Chiacchieriamo, dello sguardo d’eternità che può avere la tartaruga rispetto al nostro misero passaggio sulla terra, e di quell’incredulità dei fanciulli, che è anche quella della poesia.
I fatti da cui prendono movimento i versi di Agustoni sono principalmente due: nel 2015 nello stato di Minas Gerais, dove la poetessa vive, crolla una diga di contenimento di detriti di una miniera e il contenuto tossico di questo gigantesco bacino – 62 milioni di metri cubi di acque acide di provenienza mineraria e di fanghi velenosi - si riversa nel principale fiume della regione il Rio Doce (chiamato anche Watu), devastandolo, mettendo in pericolo la popolazione indigena, i Krenak.
Nel 2019 poi, nella stessa regione, un’altra diga crolla uccidendo oltre duecento persone e provocando danni ambientali incalcolabili.
Ma catastrofi simili sono purtroppo sempre più presenti nel mondo. La natura sfruttata e violentata in Brasile metodicamente racconta la situazione mondiale cui fa fronte l’umanità tutta.

Prisca Agustoni

Il Gioco del Mondo 16.02.2014, 19:15

Io e Prisca ci troviamo quindi sulle rive di un calmissimo lago Ceresio, un San Valentino soleggiato e caldo. La riporto in Brasile, dove vive, a raccontare una vicenda che in questo istante pare lontana, che soprattutto non vediamo. Riguarda la terra, ma riguarda anche l’acqua e allora così, per spaccare il ghiaccio io le chiedo che rapporto abbia con questo elemento.

Sono nata sulle rive del lago, ho sempre avuto lo specchio d’acqua vicino, anche quando poi più tardi mi sono trasferita a Ginevra. Questo mi ha permesso di avere un rapporto di familiarità con l’elemento, spesso e volentieri ricorro alle rive del lago per calmarmi. Il nuoto poi è il mio sport preferito, e l’acqua rappresenta per me un momento di tuffo verso l’interiorità, un attimo di introspezione, verso il pensiero, la riflessione.

Come vive la relazione tra Svizzera e Brasile, cosa significa dividersi tra questi due mondi?

Penso che le origini affiorino col passare degli anni in modo più decisivo in noi. Pur non vivendo in Ticino, ci sono immagini, sensazioni e vissuti che mi porto dentro. C’è una convivenza tra questi due universi, anzi tre perché anche Ginevra è presente, che mi abitano e che mi permettono di spaziare a seconda dell’umore del giorno, tra questi orizzoni.
Il rapporto con il Brasile invece è di costruzione. Anche sofferto negli anni: questo accade quando uno si costruisce nella realtà culturale di un Paese così sconcertante, così diverso, così ingiusto. Dopo l’entusiasmo iniziale delle cose belle e diverse comincia ad affiorare anche l’angoscia nel capire che c’è molta ingiustizia, c’è molta povertà, non solo materiale ma anche povertà di informazione e accesso alla giustizia. Ne prendi coscienza e cominci così a sviluppare un altro rapporto con il Paese.

La sua più recente opera, vincitrice del Premio svizzero di letteratura 2023 è Verso la ruggine, pubblicato per Interlinea. È composta da poesie scritte tra il novembre 2015 e il febbraio 2019, mentre nello stato brasiliano di Minas Gerais si consumavano tragedie ambientali che hanno lasciato una scia di distruzione. Come raccontare la tragedia, come costruire una narrazione in maniera alternativa della crisi climatica e perché?

È una domanda difficile, la risposta non è razionale. Ho visto queste immagini immediatamente dopo la devastazione, mi hanno profondamente scossa e da questo sconcerto è maturata la necessità di parlare, raccontare, cercare e scavare in questo eccesso di lava, fango e dolore. E cercare di estrarre da lì qualcosa che potesse essere anche un rifiorire. In fondo non è anche a questo che può servire l’arte? È qualcosa a cui penso quando leggo autori e autrici che mi hanno aiutata a capire il mondo. Quindi ho cercato di fare qualcosa con questo libro, che non fosse una presa diretta sui fatti, non volevo un documentario. E non volevo nemmeno uno sfogo emotivo, dove far arrivare solo sconcerto e desolazione. Ho cercato quindi di lavorare sul linguaggio, in modo che questo potesse essere una nuova genesi. Cosa possiamo imparare dal caos? Forse una nuova forma di dire le cose, ed è proprio da quello che ho cercato umilmente di fare con il mio lavoro.

Cosa caratterizza la terra e i fiumi di Minas Gerais, lo stato in cui vive con la sua famiglia?

La sua tradizione, è una terra tradizionalmente nota per le sue ricchezze minerali, ferrose, ma anche di pietre preziose. Mine generali la traduzione. Questo spiega la storia sin dalla colonizzazione. È uno stato ricco di oro pietre preziose e ferro. Questo ha caratterizzato anche la storia quindi della regione che è attraversata da un’espoliazione storica. Già dalla colonizzazione portoghese partivano pietre e oro che hanno arricchito l’impero portoghese. Quindi in termini storici la presenza di queste mine si è trasformata nel corso degli anni e dei secoli in queste dighe di estrazione di ferro, che poi è esportato in tutto il mondo anche da noi in europa. D’altro canto c’è la presenta di una terra rossa. Ai miei occhi di svizzera europea è anche un aspetto interessante perché comunque anche il nome del Brasile viene da questa pianta la cui corteccia è rossa quindi c’è anche questa associazione. La ruggine è questa tendenza al rossiccio. Un po’ la metafora di questo processo che porta da uno stato di cose all’altro .

Cosa è successo a questa terra?

Il fatto che sia così ricca di metalli e di ferro ha portato alla nascita delle dighe di estrazione da parte di multinazionali che scavano da decenni e trasformando le montagne in veri e propri formaggi svizzeri coi buchi! Nelle dighe ci sono poi liquidi velenosi per estrarre il ferro. Questo necessita continua manutenzione, altrimenti possono rompersi, che poi è quello che è successo nel 2015 e nel 2019, e che succederà ancora. La popolazione vive perennemente in stato d’allarme.
La responsabilità è dello stato, dei politici locali, delle multinazionali. Ma la causa è anche lo stato di cose attuali, che fa si che la necessità del ferro in Cina renda obbligatorio scavare in Brasile: questa relazione globale del capitale dell’espoliazione rende difficile oggi il controllo e la messa in atto dei diritti e della protezione ambientale.

Il suo è un’impegno civile, sembra riporre le speranze nelle generazioni future…

È uno sguardo utopico: di fronte a tanta devastazione non mi resta che essere un’ottimista scettica. Io credo che non ci resti altro se non l’utopia per poter guardare oltre. Un’utopia che non è ingenua attenzione, c’è una riflessione alla base. Come specie umana abbiamo uno spettro di valutazione relativamente corto, la nostra vita, ma quando pensiamo a certi fenomeni a livello ambientale o geologico i tempi si allungano. E quindi ho voluto anche portare una dimensione temporale molto più allargata.
Per quanto riguarda il termine poesia civile, definita nel mio caso da Fabio Pusterla anche
eco poetry, io credo che siccome la poesia è un’altra forma di interrogare la realtà, uno dei possibili interrogativi può essere eventualmente quello che parte da uno sconcerto o da una domanda di natura civile. In questo caso la poesia nasconde questa esigenza. Ma il linguaggio dell’arte dovrebbe rispondere a qualcosa di autentico nel momento in cui sorge, nel corso di una vita di un artista le domande cambiano a seconda dell’evolversi di una Storia fuori e di quella personale. Se penso alla mia priorità oggi, certo, la questione civile è fondamentale perché vivo in una realtà in cui è all’ordine dei giorno interrogarsi su problemi sociali. Questo ha risvegliato, interrogato in maniera acuta la percezione della poesia civile. Ma non sono partita da lì, e penso che non resterò legata solo a questo.

Verso la ruggine è strutturato in due sezioni, Colpi di scure e I sopravvissuti. Le poesie della prima parte non hanno titolo ma sembrano dipanarsi in sette movimenti, nel quale le parole sgorgano come un fiume spesso in piena che sorprende con la sua potenza, i suoi gorghi.

Ma la violenza del fiume è solo portavoce di una violenza più grande, più umana, di quel nemico di una guerra senza bombe (sempre citando le sue poesie).

Il fiume è diventato una lingua tossica che lecca la terra, e la sua parola, Prisca Agustoni, diventa fiume: come ha costruito la lingua poetica di queste composizioni?

Sono stata sconvolta e sotterrata da una quantità inimmaginabile di fango e terra. Quando ho pensato di scrivere qualcosa partendo da lì ho voluto rincorrere l’idea di uno scavo nel inguaggio. Volevo lavorare con un l’essenziale, con qualcosa di scarno, osseo, per sottarzione. Togliere dall’eccesso. Ho voluto impreziosire il linguaggio, in senso austero, come se stessimo reinventando qualcosa da zero. Mi piace molto l’idea della fermentazione. Mia mamma cucina e fa succhi d’uva, di sambuco: a me piace questa idea, si prende tantissima frutta e quello che ne esce poi è essenziale, concentrato. È quello che ho cercato. Ho lasciato decantare a lungo questo libro perché volevo che fosse un po’ come il succo di mia mamma.

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