American Psycho è uscito il 6 marzo del 1991, 35 anni fa; rileggerlo oggi fa uno strano effetto. Impossibile entrare nel mondo di Patrick Bateman, quello della Wall Street della fine degli anni ’80, fatto di cene in ristoranti di lusso, droga, sesso e brutali omicidi – reali o immaginari che siano – senza che la mente si lanci in spericolati parallelismi.
Le rivelazioni degli Epstein Files non aiutano.
Tra abbondanti riferimenti a Donald Trump, violenza, orrore e misoginia, la satira di Bret Easton Ellis sembra attuale, spaventosamente attuale: il rischio di valutare l’opera con le lenti del contemporaneo, di attribuirle qualità divinatorie, è reale. Patrick Bateman però non è Jeffrey Epstein.
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Certo, ci potremmo fidare della narrazione che lo stesso protagonista fa della sua vita, divisa tra la vacuità materialistica del mondo dell’alta finanza e gli efferati omicidi ossessivamente descritti in ogni minimo dettaglio, potremmo leggere l’intera opera come una sfrenata critica all’inumanità e l’impunità intrinseche nei poli di potere, potremmo farlo, avremmo ragione a farlo. Ma le cose sono più complesse di così, e ridurre la critica a una sola parte della società equivale probabilmente a sminuire gli spunti di riflessione che l’opera offre.
È innegabile che Bateman rappresenti la quintessenza del materialista: uno dei punti cardine del suo sistema di valori, ridotto ai minimi termini, suonerebbe un po’ come possedere è essere. Quando osserva le persone intorno a lui le vede solo in base a ciò che indossano, a cosa possiedono, alla posizione che rivestono. E considerando gli altri personaggi di American Psycho, in questo è un perfetto prodotto del suo ambiente. Al contempo però, Bateman è profondamente convinto che il valore delle cose sia soggetto alla percezione che ne abbiamo. In questo risiede il cortocircuito, il paradosso che fa da motore all’intera narrazione: da una parte il protagonista oggettifica ogni persona con la quale entra in contatto, dall’altra è solo attraverso il loro sguardo che può esistere; il valore che dà a se stesso è intimamente legato all’immagine che gli altri hanno di lui.
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Questo risulta evidente soprattutto nel rapporto che ha con le donne: da una parte le descrive come accessori, mezzi attraverso i quali raggiungere prestigio sociale; dall’altra necessita della loro approvazione, di sapere cosa ne pensino dei suoi capelli o se lo trovino attraente. Persino prima degli omicidi brutali di cui si rende colpevole si preoccupa di ottenere rassicurazioni. I delitti, che nel corso della narrazione diventano sempre più irrealistici e grotteschi, sembrano in questo senso il disperato tentativo di compiere una “vendetta immaginativa” nietzschiana, di ristabilire un potere che sente concedere ogniqualvolta accetta di definirsi solo come riflesso negli occhi degli altri.
In questo la satira di Ellis diventa meno mirata e più sistemica. A essere messo sotto la lente non è solo un particolare ambiente, ma un modello economico e sociale che stabilisce un ordine valoriale distorto. La critica è alla tendenza di attribuire un valore superficiale ed estetico a ogni lato della nostra vita, quantificato in base alla sola percezione che ne deriva. Questa tendenza porterà Bateman a una completa scissione e scomparsa del sé, a vivere in un crollo dei contesti in cui provare un nuovo ristorante o uccidere un senzatetto hanno lo stesso peso e vengono trattati con la stessa noia esistenziale avulsa dalla morale. È il protagonista stesso a dire: «… c’è questa idea di Patrick Bateman, una specie di astrazione, che tuttavia non ha nulla a che vedere con chi sono veramente, è solo un’entità, un qualcosa di illusorio, e anche se riesco a nascondere il mio sguardo freddo e potete stringermi la mano e sentire la mia carne che stringe la vostra e immaginare che il nostro stile di vita sia simile: io semplicemente sono altro. È dura per me avere un senso, a qualsiasi livello».
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Non c’è catarsi in American Psycho, nessuna epifania, solo il costante stillicidio di una violenza che finisce, come tutto nel mondo di Bateman, per non dare più soddisfazione, per non lenire nessun dolore, per non richiedere nessuna giustizia. E forse è questo il monito più forte di Ellis, quello del paradosso infernale insito nell’annullamento di valori in una società basata sull’immagine, in cui non c’è verità ma solo apparenze che lottano per imporsi. A spaventarci, insomma, non dovrebbe essere tanto Patrick Bateman in sé, ma Patrick Bateman in noi.




