Torna in libreria Alpi e Santuari del cantone Ticino e del Piemonte, di Samuel Butler: la raccolta dei taccuini di viaggio, pubblicata per la prima volta nel 1881, di uno degli scrittori britannici più taglienti, ironici e iconoclasti dell’epoca vittoriana. La nuova edizione, con prefazione di Matteo Terzaghi, è uscita per la casa editrice milanese Humboldt.
La fine dell’800 è periodo di forte turismo inglese sulle montagne svizzere, complice la rapida espansione della rete ferroviaria che rendeva possibile arrivare ai piedi delle Alpi con una facilità che prima era impensabile. Oggi quello stesso viaggio, a noi moderni figli dei voli low cost, sembrerebbe un’odissea apocalittica… biglietti aerei per tutto il mondo al costo di una gazosa al mandarino ci hanno resi viziati e indolenti, e hanno anche involgarito il senso stesso del viaggio. Ma questa, come diceva Conan il Barbaro, è un’altra storia.
Butler torna tra le Alpi
Konsigli 17.06.2026, 18:00
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Torniamo a Butler, che percorre le montagne ticinesi negli anni 70 dell’800, e se ne innamora. La cosa interessante è che non si innamora tanto dei luoghi in senso stretto, quanto del sentimento che suscitano in lui.
I luoghi diventano un tramite della lentezza: camminare in Leventina, in valle Maggia, nel Mendrisiotto, per Butler significa rallentare la mente. E una mente rallentata, se la guardi in positivo, vuol dire anche più tempo per guardare ogni pensiero che la attraversa.
Nel racconto sono centrali i Sacri Monti, i complessi di cappelle votive disseminati nell’arco alpino, tra Italia e Svizzera: con le loro madonnine, i santi, gli ex voto. La devozione popolare non mediata dalla teologia dotta. Butler è anglicano, non dimentichiamo, e iconoclasta nel suo DNA. Antidogmatico. Eppure queste espressioni di fede rurale, a volte ingenua, risvegliano in lui un calore, un rapporto con le radici che il protestantesimo borghese della sua Inghilterra semplicemente non conosce.

«Alpi e santuari del Cantone Ticino»
RSI Notrehistoire 25.05.1984, 10:37
Butler racconta atmosfere: i luoghi, le persone che li abitano. Intanto, perde per strada la fretta: si ferma a mangiare, a parlare con i preti di campagna, a disegnare (il volume è infatti ricco di illustrazioni). Riflette sul senso dell’otium, sul rapporto tra paesaggio e spiritualità. Il tutto con la sua solita ironia, stemperata qui dal calore umano. Butler vede nella Svizzera italiana degli anni ‘70 dell’800 una specie di paradiso bucolico, che contrappone alla tumultuosa modernità industriale dell’Inghilterra di quel tempo.
Il Ticino che lui racconta è un luogo rurale, lento, povero ma anche festoso, e profondamente radicato nella sua religiosità materiale.
Pensateci un attimo, a quello che vede Butler. Ad esempio, Lugano: è un villaggio sul lago, di pescatori e commercianti, con i primi alberghi di lusso che cominciano a spuntare. Ci si arriva principalmente in battello, da sud: la linea ferroviaria da Chiasso apre nel 1874. Non ci sono autostrade che tagliano le valli, né piloni in acciaio degli elettrodotti che tagliano le montagne. Non ci sono dighe sui fiumi di montagna, non c’è stata speculazione edilizia. Niente palazzoni nelle periferie, o brutte casette singole ai margini dei nuclei di ogni paese. Provate a pensare a un Ticino fatto solo di quei nuclei, senza quella grandinata di cemento che ai nostri occhi sembra un paesaggio naturale. Immaginate quanto poteva essere bello. Ovvio che Butler vede solo questo, non vede la durezza della vita di quei tempi. Però quanta bellezza abbiamo perso, in cambio della comodità.
E ora, così per gioco, immaginate di poter prendere Butler e tirarlo qui oggi, nel presente. E fargli fare lo stesso giro. Chissà che libro scriverebbe.


