Parole, parole...

Il linguaggio senza tempo degli innamorati 

“Frammenti di un discorso amoroso” 2.0: Roland Barthes parla ancora alla Gen Z

  • 2 ore fa
Tobiolo e l'angelo (Verrocchio)

Tobiolo e l'angelo (Verrocchio)

  • classicult.it
Di: Giulia Apollone  

C’è qualcosa di sospetto nell’idea che l’amore cambi davvero. Cambiano i mezzi, le abitudini, perfino le parole, ma quando si ama il tempo dell’attesa e dell’interpretazione resta incredibilmente lo stesso. Ripartire oggi da Frammenti di un discorso amoroso significa accorgersi che non serve modernizzarlo: è il presente, semmai, che continua a riconoscersi in lui.

Roland Barthes, linguista e semiologo francese, compone il celebre saggio negli anni Settanta e lo pubblica nel 1977, in un periodo segnato da profonde trasformazioni culturali e sociali. Ma invece di raccontare una storia d’amore, Barthes sceglie una strada diversa: si concentra su ciò che dell’amore è spesso invisibile e non narrabile, sulle parole che lo attraversano, sui pensieri che ritornano ossessivi, sulle attese estenuanti, sulle fragilità dell’innamorato.

Il suo intento è ascoltare il linguaggio amoroso e restituire dignità a quel discorso interiore che troppo spesso viene liquidato come ingenuo, eccessivo o patetico. Attraverso frammenti brevi e non lineari, Barthes costruisce una vera e propria mappa emotiva, un atlante dell’innamoramento in cui chi ama (ieri come oggi) può ancora riconoscersi. Non a caso, l’incipit dell’opera è chiarissimo: «È dunque un innamorato che parla e che dice:». Tutto parte da lì, dalla parola di chi ama.

Ogni capitoletto porta il titolo di una “figura”: L’attesa, L’incontro, La lettera d’amore, L’agonia… e in ciascuna Barthes isola un gesto, uno stato d’animo, una torsione del pensiero amoroso. Scrive, ad esempio: «E ancora molto tempo dopo che la relazione amorosa si è acquietata, io conservo l’abitudine di allucinare l’essere che ho amato: talora, una telefonata che tarda a venire riesce ancora ad angosciarmi». Un passaggio che oggi sembra risuonare con forza raddoppiata: l’attesa non riguarda più soltanto una telefonata, ma un messaggio visualizzato e non risposto, un like che non arriva, la permanenza in uno spazio digitale che diventa parte integrante del discorso amoroso.

25:48
Roland Barthes

Barthes, amore e sentimento

Laser 21.09.2021, 09:00

  • Keystone

Il linguaggio degli innamorati passa ormai anche attraverso i social, tra micro-strategie, silenzi e segnali ambigui che meriterebbero uno spazio di analisi tutto loro. L’attesa, oggi, è inoltre accompagnata da una sovrabbondanza di informazioni sulla vita quotidiana dell’altro: se la persona amata è online, attiva, visibile, ma non comunica con me, l’attesa smette di essere solo indugio e si trasforma in rifiuto percepito.

Non sorprende, allora, la diffusione di termini come ghosting (la scomparsa improvvisa dopo un periodo di frequentazione) o situationship, una relazione ambigua, priva di definizioni chiare e di un impegno condiviso. I rapporti cambiano, diventano più liquidi, temporanei, negoziabili; eppure, chi si ritrova ad amare, anche in queste condizioni instabili, continua a parlare la lingua di Barthes.

Il semiologo francese è infatti convinto che l’amore si manifesti soprattutto attraverso il linguaggio: l’innamorato parla incessantemente del sentimento che prova, lo nomina, lo analizza. Non è un caso che proprio quello delle relazioni romantiche resti uno dei campi semantici più fertili, capaci di generare continuamente nuove parole, spesso prese in prestito da altre lingue.

Eppure, è proprio qui che si annida il paradosso più profondo del discorso amoroso secondo Barthes: le parole non riescono mai ad afferrare fino in fondo un sentimento che nasce altrove, irrazionale e sfuggente. Il linguaggio dell’amore resta allora inevitabilmente approssimativo, fragile, mai davvero esauriente.

E così i frammenti del discorso amoroso individuati dal linguista francese restano gli stessi; ma più aumenta la complessità della società e dei suoi linguaggi, più il discorso amoroso si moltiplica e si stratifica, senza mai perdere la sua intrinseca precarietà. Come scrive Barthes: «Perché una cosa sia saputa, bisogna che sia detta; ma anche, appena detta, essa è, molto provvisoriamente, vera».

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