Letteratura

Siamo ancora persi dentro il Castello di Franz Kafka

A un secolo dalla pubblicazione, l’ultimo romanzo de grande scrittore boemo resta l’anatomia perfetta di una società che ci osserva e ci logora

  • 2 ore fa
Franz Kafka, 1906

Franz Kafka, 1906

  • IMAGO / imagebroker
Di: Lucrezia Greppi 

Chi ha letto Il Castello di Franz Kafka e provasse a visualizzare le scene lì descritte, non potrebbe che immaginare un film in bianco e nero, dal movimento lento, incessante e logorante. Vuoi per la neve che ammanta il villaggio fantasma dove si trova a vivere K., l’agrimensore che porta nel nome l’ombra del suo autore e nel destino il presagio delle nere cornacchie (kavka, in ceco) che sorvolano il fatiscente maniero. Vuoi perché il cammino del protagonista, fra bettole e osterie, è un vuoto andirivieni che non porta a nulla: per quanti sforzi faccia, ogni sua azione è vana, se non deleteria. Non riuscirà ad incontrare Klamm, il funzionario da cui brama un riconoscimento.

Non otterrà mai il permesso di risiedere e lavorare in quel luogo che lui stesso definisce «allucinante» (se non in punto di morte, nel finale mai scritto ma riferito all’amico Max Brod). Una lotta titanica per vivere in un posto insano e corrotto, che finirà per sfinire K., tutt’altro che l’eroe della storia.  

Sin dai suoi primi e incerti passi, sorretti da un bastone mentre annaspa nella neve, è chiaro sia il fascino sinistro che quel Castello – avvolto nella nebbia e nell’oscurità – esercita su di lui, sia la cappa di mistero e malignità che regna in quella landa desolata dai mille occhi. Dei sudditi, sentinelle che osservano ogni sua mossa; dei potenti, informati su ogni suo respiro. «Io non la perdo di vista», gli scrive Klamm. K. cercherà di raggiungerlo, ma il potente gli sfuggirà sempre; riuscirà solo a spiarlo dal foro di una porta, senza però incrociarne lo sguardo, protetto da occhiali che riflettono la luce.

immagine
02:42

100 anni dalla morte di Kafka

Telegiornale 13.02.2024, 20:00

È K. l’osservato speciale: su di lui pesano gli «occhi neri e sparuti» dell’oste, quelli «tardi e indifferenti» dei contadini e quelli «malinconici» di Frieda – l’addetta alla mescita con cui K. avrà una relazione, attratto dal suo sguardo «di superiorità» e soprattutto dal fatto che fosse l’amante di Klamm. Su di lui si posano anche gli «occhi azzurri» di Olga, «che non cercavano di sedurre né di dominare», e di cui si fida, e lo «sguardo freddo e inespressivo» della sorella di lei, Amalia; rea, quest’ultima, di essersi rifiutata di soddisfare una volgare richiesta del funzionario Sortini. Colpevole di non esser scesa a compromessi. Per l’intero villaggio e forse anche per K., il cui giudizio ormai è offuscato; non saprebbe infatti dire se quel gesto sia stato «saggio o folle, eroico o vile».

L’unica etica del villaggio sta nel rispettare le assurde regole non scritte del Castello: è inutile capirle, basta eseguirle. Venerare i sottoposti dell’innominabile Conte Westwest. Accettare gli abusi di potere, ed anzi esserne onorati – come Frieda o Gardena, proprietaria di un’osteria che conserva gelosamente i cimeli della sua liaison con Klamm. Tutto questo K. finisce per capirlo, eccetto l’impossibilità di parlare con questi mitici funzionari ed accedere al Castello. Tenterà ogni via, dalla logorante trafila burocratica, fino allo sfruttamento dell’affetto di un bambino per la madre malata. Fallisce e la sua ossessione cresce, fino a divorarlo. Quando incontra il segretario Bürgel, forse l’unico in grado di aiutarlo, è troppo stanco: mentre questi gli svela gli intricati meccanismi del Castello e gli manifesta la possibilità di interessarsi al suo caso, K. si addormenta, sfinito. E questa occasione, «straordinaria e unica» svanisce.

Il cammino si interrompe dove era iniziato. K., con il suo bastone, ritorna idealmente su quel «ponte di legno» da cui osservava le sinistre «cornacchie» e il Potere velato dalla nebbia. Risvolto cupo di uno dei primi racconti di Kafka, Bimbi sulla via maestra. Lì, un bambino trovava la forza di superare la vertigine, provocata dalla vista degli «uccelli» in cielo, e si lanciava oltre il «ponte del torrente», verso l’ignoto. Una corsa iniziata davanti a una figura a noi ormai familiare: un uomo che avanza, lentamente, appoggiato a un bastone.

immagine
04:32

Il soggiorno luganese di Franz Kafka

Il Quotidiano 26.01.2024, 19:00

Correlati

Ti potrebbe interessare