Carlo Ginzburg è uno storico italiano (nonché figlio della scrittrice e traduttrice Natalia Ginzburg, una della figure più importanti della letteratura italiana del Novecento) noto soprattutto per la sua attività di ricercatore nel campo della microstoria, ossia l’approccio alla ricerca storica che si concentra su aree geografiche molto ridotte (piccole comunità o personaggi) invece che su categorie più ampie (stati, nazioni, epoche,…). Un consiglio di lettura: Il formaggio e i vermi, scritto dallo stesso Ginzburg.
In un’epoca in cui i confini tra verità e finzione si fanno più labili, la distinzione tra memoria e storia si rivela più che mai cruciale. Per Carlo Ginzburg, la memoria, personale o collettiva, si distingue nettamente dalla storia. La memoria è spesso intrisa di soggettività, di emotività, e non è sempre verificabile oggettivamente. La storia, invece, si fonda sulla ricerca della verità oggettiva; ha il compito imprescindibile di ricercare questa verità oggettiva.
Questa distinzione è fondamentale per l’attività di uno storico, perché la memoria, specie se collettiva, è il frutto di un rapporto di forze, di una visione soggettiva dettata dai conflitti tra i principali gruppi sociali in un dato momento storico, che siano essi classi sociali o gruppi nazionali. Ciò è evidente nel contesto delle fake news: un gruppo di interesse agisce sulla verità attraverso la distorsione della memoria di ciò che è successo.
Per Carlo Ginzburg, un altro concetto importante nel rapporto tra memoria e storia è la dimenticanza. Dimenticare è infatti parte integrante della nostra memoria, perché ci permette anche di superare traumi personali importanti, ma non può essere inclusa nella ricerca storica. Dimenticare volontariamente, cancellare il passato, anche a nome del politicamente corretto, per Carlo Ginzburg, “porta a risultati grotteschi”. “Se cancellassimo il passato, pur se scomodo, gli storici non avrebbero più documenti” e la ricerca della verità non sarebbe possibile.



