Il suo nuovo tour, in partenza in Europa il 5 aprile 2026, si chiama “Republic of Love”, titolo in cui Laurie Anderson mette insieme governo e amore. Parole che «non compaiono spesso nella stessa frase», racconta l’artista e performer statunitense nell’intervista di Claudio Biazzetti per Musicalbox, in cui si esprime su politica, buddismo e naturalmente musica: il suo ultimo album è Amelia (2024).
“Amelia”
La Recensione 04.09.2024, 10:35
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Raggiunta a Roma durante la sua residenza alla American Academy, di cui ricorrono i 20 anni dalla prima volta, Anderson esprime le idee alla base di questa “Repubblica dell’amore” rifacendosi a un dialogo fra papa Francesco e il vicepresidente USA Vance su Sant’Agostino, avvenuto proprio nella Città eterna. È stupita nel ricordare come Vance stesse «quasi facendo lezione al Papa» - questa la sua lettura: partendo dal concetto agostiniano di mores (l’espressione visibile dell’orientamento dell’essere umano) voleva affermare le sue idee stile “America First”, per cui «dovresti prenderti cura della tua famiglia, della tua città e del tuo paese e degli altri non devi curarti».
La risposta del Papa, fondata sulla visione in cui «ami tutti allo stesso modo, come fratelli», l’ha «incredibilmente commossa» e il ricordo le stimola una riflessione sul suo paese, dove vede un governo concentrato soprattutto a garantire profitti agli azionisti, in cui il soldo è metro e misura dei successi delle persone.
Amelia, il suo disco del 2024 (non ne pubblicava da Landfall, del 2018), è dedicato alla pioniera dell’aviazione Amelia Earhart. Nel 1932 Earhart fu la prima donna ad attraversare l’Atlantico; morì cinque anni dopo nel tentativo di fare il giro del mondo. Un’opera composta di brani brevi, molto diversi da successi come O Superman (8 minuti e mezzo): Anderson l’ha concepita seguendo il tragico viaggio intorno al globo dell’aviatrice, che «si fermava solo per un secondo perché era quasi sempre in volo». Earhart era «una blogger ante litteram: voleva che tutti sapessero dove fosse ogni minuto», così la descrive Anderson, delusa dal come il libro di recente uscita The Aviator and the Showman la riduca a «fenomeno di pubbliche relazioni». In Amelia, narrandone l’ultima impresa, ha voluto tributare il giusto riconoscimento al coraggio di questa donna.
Amelia Earhart
Quasi non si ricordava del premio alla carriera vinto al Locarno Film Festival ’22, perché concentrata a vivere nel presente (seppur costretta a fare piani in quanto artista). Un riflesso della sua fede buddista, che «lascia a te il compito di capire la vita mentre la vivi», spiega Anderson, prima di approfondire come sentimenti e istinti partano dal corpo, che «ha una mente propria e ti dirà tutto, se solo lo ascolti». Anche così ha potuto elaborare i traumi della vita: «È sempre bene essere in contatto con i propri sentimenti prima di usare la mente per analizzarli. Se diventi così sveglio e consapevole da non dover analizzare tutto, è un ottimo approccio».
Laurie Anderson (1947) è una delle più note e audaci pioniere dell’arte americana. Da oltre quarant’anni attraversa musica, arti visive, cinema, performance e narrativa, sfidando i confini disciplinari e il pubblico con un linguaggio che unisce invenzione tecnologica, umorismo e poesia.
Con l’etichetta Nonesuch, la stessa dell’ultimo Amelia (2024), ha pubblicato, tra gli altri, Life on a String (2001), Homeland (2010), la colonna sonora di Heart of a Dog (2015) e Landfall (2018), realizzato con il Kronos Quartet e premiato con un Grammy. Il suo film La Camera Insabbiata ha vinto il Leone d’Oro per la migliore esperienza in realtà virtuale alla Mostra di Venezia 2017, e il volume All the Things I Lost in the Flood (2018) raccoglie la sua produzione visiva più ampia. Raggiunse il successo mondiale con il singolo O Superman (1981).
Tra le sue mostre recenti si ricordano Habeas Corpus a New York, The Weather allo Smithsonian di Washington e Looking into a Mirror Sideways al Moderna Museet di Stoccolma. Ha collaborato con i Sex Mob eseguendo il suo storico Let X=X. Nel 2024 ha ricevuto la Medaglia Stephen Hawking per la comunicazione scientifica e l’Unione Astronomica Internazionale ha dato il suo nome all’asteroide 270588.

