Amici nel vortice

“Insomnia”: Robbie Robertson e Martin Scorsese fra deriva e creazione

Nel suo memoir, il chitarrista della Band racconta l’amicizia con il regista, tra eccessi e rinascita artistica

  • 2 ore fa
“Insomnia”,  Robbie Robertson, Jimenez Edizioni
09:44

“Insomnia”

Konsigli 08.04.2026, 18:00

  • jimenezedizioni.it/
  • Marco Pagani
Di: Kappa - Enrico Bianda/RigA 

Robbie Robertson (1943-2023) era amico di Martin Scorsese al punto da chiamarlo “Marty”. Con il regista condivise esperienze estreme, eccessi, ma anche momenti di alta creatività: suoi sono i contributi determinanti alle colonne sonore di alcuni dei film più famosi dell’amico. Un ricco e proficuo sodalizio che inizia con Toro scatenato (1980) e termina con Killers of the Flower Moon (2023). Robertson ha messo nero su bianco la sua amicizia con Scorsese nel memoir Insomnia, edito da Jimenez. 

Canadese con sangue nativo, Robbie Robertson è stato cantante, chitarrista, polistrumentista e compositore - Rolling Stone lo inserisce al 59° posto nella sua lista dei cento migliori chitarristi. È famoso soprattutto per aver fatto parte della Band, uno dei più grandi gruppi rock della storia e prima formazione elettrica di Bob Dylan.

A metà degli anni ’70, l’autore capisce di avere molti talenti oltre alla musica. Se ne accorge durante la post-produzione di The Last Waltz, il film-concerto che documenta l’ultima esibizione dal vivo della Band. È lui a convincere Scorsese a dirigerlo. 

The Last Waltz è la cesura da cui inizia il racconto di Insomnia. Con la conclusione della parabola della Band, Robertson viene catapultato in un mondo nuovo e soprattutto incerto: i rapporti con i compagni si sono deteriorati, il suo matrimonio è in fallimento. Sull’orlo della crisi, Robertson si presenta un giorno sulla porta della casa di Scorsese, a Beverly Hills. Lì scopre che il suo amico si trova in una situazione simile alla sua, e prima che la notte finisca, Scorsese lo invita a trasferirsi da lui.

A 35 anni, entrambi sono star navigate di fronte a un precipizio creativo, alla ricerca di una nuova fase nella vita e nel lavoro. Un periodo alquanto movimentato, in cui sono sballottati tra tentazioni e paranoie, avvicinandosi all’autodistruzione più di quanto entrambi vogliano ammettere. I due amici si tuffano in una collaborazione definita in parti uguali da ammirazione e ambizione.

Insomnia conferma le brillanti doti di storyteller di Robertson: il suo stile è più vicino alla confessione a cuore aperto, a tratti sanguinante. Parla proprio a te che leggi, allontanandosi dall’autobiografia autocelebrativa, anche se qua e là si colgono sprazzi di autocompiacimento. Parliamo pur sempre di una leggenda del rock, insomma: ci sta. Le sue pagine ce lo fanno amare perché ci permettono di entrare nella quotidianità di un genio della musica, e di capire cosa nasce dall’incontro con un genio del cinema.

Nella scrittura di Robertson storia, cultura e società di quella seconda metà degli anni ’70 diventano materia viva, così come si animano le vite disordinate dei protagonisti di quel periodo. Ci sono i party con il gotha del cinema mondiale, gli incontri con Wim Wenders e Akira Kurosawa, i concerti di Dylan; non mancano i cicli narcotici a base di cocaina, marijuana e tranquillanti. Il mondo è quello lì, con le relative conseguenze. In questo vortice ci sono anche loro, Robbie e Marty. «Tutto ciò che mi rimaneva era la gentilezza di Marty», dice Robertson riferendosi a Scorsese. «Stava salvando la mia anima così, su due piedi».

Infrangere le regole, perché si vive oggi e il momento va colto. A suggello della filosofia di Robertson e Scorsese, amici nella deriva, valga la confessione del primo: «Ogni tanto venivo travolto da un’ondata di lucidità, da un’ondata di preoccupazione per la vita e la morte e dalla consapevolezza di ciò che era realmente in gioco. Ma poi quell’ondata di lucidità passava».

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