«In un’industria che richiede visibilità costante, allontanarsi può sembrare un suicidio professionale, ma alcuni lavori richiedono ritiro. La profondità richiede tempo». La riflessione di Andrina Bolinger spiega molto del suo nuovo disco.
Island of Way Back, uscito il 6 marzo 2026 con Mouthwatering Records, è l’album più personale dell’artista avant-pop zurighese. Contiene undici brani suddivisi in quattro atti che sono come un rituale intimo, di sopravvivenza e ribellione contro la tirannia della visibilità costante. È il disco che descrive il suo ritorno alla musica (e alla vita) dopo un periodo di esaurimento vissuto otto anni fa. «Mi sono immaginata una specie di isola su cui rifugiarmi per fare ordine nella mia vita, per capire cosa lasciarmi alle spalle o cosa cambiare», fa sapere a Confederation Music.
In una cultura ossessionata dalla velocità e dalla perfezione, Andrina Bollinger rallenta per guarire, prima di tornare a casa attraverso il suono. Andrina ha impiegato sei anni per scrivere Island of Way Back. Sono tempistiche che riflettono il rigetto della cultura della fretta e che seguono il tempo biologico piuttosto che le richieste del mondo esterno. È un invito a chi si sente sopraffatto dalla pressione della performance perpetua. Lei sa cosa significhi essere messi in difficoltà dai propri pensieri: «Sono una persona molto ossessionata dal controllo e vivo molto nella mia testa», racconta. La pratica di una tecnica di respirazione e uso della voce è stata «determinante per entrare in sintonia col mio corpo.»
Andrina Bollinger ha realizzato Island of Way Back con il batterista Arthur Hnatek e il bassista Jules Martinet e lo ha co-prodotto con il britannico Mike Lindsay (Premio Mercury e collaboratore, tra gli altri, di Young Knives e Laura Marling). Con questo disco, Bollinger si conferma un’artista libera, che spinge il pop verso territori sperimentali.


