Forse dedichiamo troppe attenzioni a questa faccenda del Blue Monday, pronto a fare capolino, per il 2026, il 19 gennaio. Con “il lunedì più triste dell’anno” siamo nella pseduoscienza, però se ti dà il gancio per parlare di buona musica, perché non farlo?
Nell’allontanarci dalle mestizie del calendario, scorgiamo all’orizzonte la Manchester degli anni ‘80, dove si formano i New Order. La band è composta dai superstiti dei Joy Division dopo la tragica dipartita di Ian Curtis, con l’aggiunta in formazione di Gillian Gilbert. È Bernard Sumner, che dei Joy Division era stato chitarrista e tastierista, a rilevare l’eredità di Curtis alla voce. Nel 1983 la band pubblica il singolo Blue Monday, destinato a diventare uno dei più rappresentativi di quel decennio (e privo di legami con la giornata da cui abbiamo preso spunto).
Blue Monday nasce da una combinazione di curiosità e sperimentazione. E pigrizia, ebbene sì.
A partire dagli anni ‘70 si sono fatti largo i suoni elettronici dei tedeschi Kraftwerk, quegli stessi suoni che un baffuto altoatesino di nome Giorgio Moroder ha preso e innestato nella disco music, cambiandone di fatto il DNA: tocca alle macchine far danzare le genti. A inizio ‘80, per le strade delle grandi città statunitensi si balla la breakdance sulle pulsazioni di un’electro che aspetta di trasformarsi in house e techno.
La nuova onda elettronica investe anche il pop-rock: salgono alla ribalta strumenti come drum machine, sintetizzatori e i primi campionatori. Uno di questi rudimentali macchinari viene usato dai New Order in Blue Monday per integrare, quasi come omaggio, i Kraftwerk di Uranium. Non è l’unico richiamo ad altre grandi firme della musica, se è vero che ad accompagnare il passo marziale del pezzo si colgono echi della chitarra Spaghetti Western resa immortale da Morricone.
Ah già, e poi c’è la pigrizia. Quella di una band che non ha tanta voglia di suonare i bis, secondo i suoi membri tempo rubato ad attività ricreative più interessanti. Per togliersi il pensiero, con le apparecchiature sopraelencate i New Order creano motivi che intrattengano il pubblico dei loro concerti mentre Sumner e compagni sono al bar a bere in attesa di risalire sul palco. Nasce così l’embrione di Blue Monday, che verrà portato in studio e trasformato in un singolo di quasi 8 minuti, diverso da quanto prodotto fin lì dalla band, più ancorato sul versante rock, ancorché già ben ibridato con i synth.
Nella nebbia ipnotica di cori e sintetizzatori evocativi dei prodigi manifestatisi a Düsseldorf, Bernard Sumner imbastisce un testo che parla di alienazione nelle relazioni: forse non ha l’intensità emotiva di Ian Curtis, ma ci mette un metallico distacco che si insinua alla perfezione fra i battiti del pezzo. Che ancora oggi, sulla pista da ballo, esercita un richiamo irresistibile anche per chi ascolta rock.
Perché Blue Monday fa esattamente questo: abbatte definitivamente le barriere fra rock e dance, tracciando una via possibile per tutti i musicisti che decideranno di proseguire l’esperimento dei New Order. I quali, dal canto loro, contamineranno sempre più il repertorio con ciò che arriva dai club, arricchendolo sul finire di decennio di atmosfere house ibizenche nell’album Technique. A Manchester il pezzo diventa colonna portante del suono della Haçienda, il ritrovo più famoso di una città rock che non disdegna di ballare nei club. Una storia a cui abbiamo già accennato.
Blue Monday rimane nella storia anche per il riscontro commerciale, visto che parliamo del 12 pollici più venduto di tutti i tempi. E, in un gioco di scenari possibili, fornisce la sua risposta alla domanda su cosa sarebbero diventati i Joy Division se Ian Curtis non avesse deciso di darsi la fine che si è dato.
Dal “Blue Monday” all’iguana blu
RSI Info 15.01.2025, 09:00
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