Sono fili intrecciati di sofferenza, quelli mossi dalle mani del burattinaio sulla copertina di Master of Puppets dei Metallica, uscito il 3 marzo 1986. Già, ma chi sono nelle liriche di James Hetfield i burattini e chi i “pupari”?
Il terzo disco della band losangelina è un urlo verso tutto ciò che assume il nostro controllo, ci manipola legandoci mani e piedi a sé: dipendenze, paura, follia e istituti psichiatrici, poteri, autorità. Non ci inganni l’inizio soave dell’opener Battery: ben presto i decibel si scateneranno in tutta la loro potenza. Un assalto che non è scomposto ma, al contrario, è ragionato, lucido, nulla è lasciato al caso.
La radice dei temi affrontati (ed è la title track a indicarlo) affonda nelle droghe, nell’utilizzo che in un attimo da gestibile si fa smodato fino ad annullare volontà - e libertà. Ma non è solo nel rapporto fra sostanze e chi le consuma che si dipanano questi fili. Perché nell’osservare quelle croci in copertina, disposte su file ordinate in modo simile a ciò che si vede nei cimiteri militari, nella mente si crea un collegamento (puramente ideale, eh) con i Masters of War cantati da Bob Dylan. La critica alle guerre emerge in tutta la sua veemenza in Disposable Heroes, un dito puntato contro le inutili carneficine e il sacrificio di vite umane.
Nei padiglioni auricolari si scarica l’energia di una band matura, nel pieno controllo delle sue capacità, chepperò canta di perdita di controllo: è attorno a questo paradosso, o per meglio dire contrasto, che ruota l’intero disco. Le insidie si annidano dappertutto, pure in quei mondi popolati dai mostri che il gruppo attinge da un immaginario lovecraftiano (The Thing That Should Not Be).
Master of Puppets è l’ultimo disco con al basso Cliff Burton, che quello stesso anno morirà in un incidente stradale in Svezia mentre viaggiava a bordo del tour bus con il resto della band. Burton era ed è una figura amata - per non dire venerata - dai fan, un creativo dello strumento capace, in sede di composizione, di scegliere strade alternative a quelle di un normale bassista metal.
Il suo stile incorporava assoli e altre soluzioni tecniche e sonore che lo avvicinavano a un chitarrista (la strumentale Orion ne è un esempio); Burton fu capace di assimilare le lezioni dei suoi beniamini e di portare la scrittura della band a un nuovo livello. Le sue influenze si estendevano dai grandi del metal (Geezer Butler, Steve Harris, Lemmy) ai punk rocker Misfits fino al barocco, omaggiato nell’introduzione di Damage Inc. con i richiami a Komm, süßer Tod di Bach. «Il modo di comporre mio e di James prese forma quando nella band c’era Cliff, attorno ai suoi stimoli musicali, al modo in cui ci insegnava armonie e melodie», così il batterista Lars Ulrich ha riconosciuto l’impronta lasciata da Burton nei Metallica. La sua eredità sarà raccolta da due devoti colleghi quali Jason Newsted e Robert Trujillo.
Il disco vende 3 milioni di copie ed entra nella Top 30 di Billboard pur senza godere di grandi passaggi radiofonici. Se Kill’em All rappresenta l’urlo originario dei Metallica, e Ride the Lightning il primo passo verso un suono più complesso e rifinito, Master of Puppets è conferma e punto di svolta: da una parte consolida lo status di una band che sta ridefinendo l’iniziale thrash, dall’altra ne sancisce la consacrazione internazionale. Cinque anni dopo il Black Album, trainato dalla ballad Nothing Else Matters, provvederà ad ampliare le schiere di fan al di fuori del metal.
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Classic Rock 24.11.2024, 14:00
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