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Bowie, il trasformista che rivoluzionava il rock

Il Duca Bianco ci lasciava 10 anni fa. Una manciata di dischi per ripercorrerne le metamorfosi che hanno ispirato generazioni di fan e musicisti

  • Oggi, 08:01
Bowie ai tempi di Ziggy Stardust

Bowie ai tempi di Ziggy Stardust

  • Imago / Photoshot
Di: RigA 

Aveva da poco compiuto 69 anni, David Bowie, quando morì. Era il 10 gennaio del 2016, e il Duca Bianco aveva ancora fatto in tempo a consegnarci Blackstar, il suo ultimo lascito musicale. La degna chiusura di una carriera percorsa cambiando pelle, sia in termini di immagine sia musicalmente parlando, ogni volta rinnovandosi e mantenendosi - lui sì, senza dubbio - icona del pop.

Osservando la sua parabola artistica, risaltano gli album di una discografia alquanto nutrita: ne conta 25 in studio (più uno postumo) e una trentina fra dischi dal vivo, colonne sonore e sortite con i Tin Machine. Ma il peso di Bowie nella storia della musica non si ferma a questo, se è vero che ha contribuito, fra produzione e scrittura, alle prove soliste degli amici Iggy Pop (The Idiot e Lust for Life) e Lou Reed (Transformer), che facilmente troviamo nelle guide ai migliori dischi del rock. E la lista di collaborazioni potrebbe proseguire. Così come potremmo aprire l’elenco dei ruoli ricoperti per il cinema.

Senza farla troppo lunga, vogliamo addentrarci nella sua discografia per tracciare i suoi cambi d’abito, corrispondenti ad altrettante svolte musicali (e viceversa), attraverso una breve selezione che attraversa i decenni.

The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1972)

Un alieno giunge sulla Terra: Bowie si presenta in versione androgina sconvolgendo i canoni di genere. Non è solo scena: la teatralità delle canzoni di Ziggy Stardust ne fa un manifesto del glam rock, anche grazie alla chitarra di Mick Ronson.

La trilogia berlinese (1977-79)

Nella seconda metà degli anni ’70 Bowie vive da recluso a Los Angeles, preda delle sue paranoie. La sua dieta consiste unicamente in latte, peperoni e tanta cocaina. Deve fuggire per ritrovarsi, e sceglie la Berlino decadente della Guerra fredda, quella divisa dal Muro ma anche crocevia creativo. Lì, avvalendosi della collaborazione di Brian Eno, si rigenera dando vita a tre album Low, Heroes e Lodger, in cui elettronica e sperimentazione si sposano con canzoni epiche: Heroes, con il suo pathos (e la chitarra di un certo Robert Fripp), è forse il brano da cui cominciare per spiegare Bowie a chi non lo conosce.

Scary Monsters (and Super Creeps) (1980)

A cavallo fra i due decenni si torna a uno stile più convenzionale, ma senza dimenticare l’elettronica, che dà una forte impronta al singolo Ashes to Ashes. E c’è di nuovo Fripp a innervare di elettricità Fashion.

Let’s Dance (1983)

La svolta funk, un album che mira alle classifiche e a far ballare in pista. Per la produzione Bowie si affida a un gigante come Nile Rodgers degli Chic, mentre alla chitarra solista c’è un altro grande dello strumento, Stevie Ray Vaughan, a dare pennellate di blues. Anche l’abbigliamento del Duca cambia: dal minimalismo berlinese passa ad abiti più glamour.

Earthling (1997)

Che Bowie non avesse paura di cimentarsi con nuove forme musicali era noto da almeno vent’anni; il disco omaggia la scena drum’n’bass e techno esplosa in quel decennio, adottandone ritmi sincopati e suoni da rave party.

Heathen (2002)

Bowie entra nel XXI secolo… tornando all’antico. Nel disco, che segna il ritorno alla produzione di Tony Visconti dai tempi di Scary Monsters, sono chiari i legami con il suo passato. È un classico disco à la Bowie, in cui oltre alle chitarre del fedelissimo Carlos Alomar, di Pete Townshend (Who) e Dave Grohl (Foo Fighters), e al basso di Tony Levin, si fanno notare le cover, in particolare quelle di Pixies e Neil Young.

Blackstar (2016)

Sa già di essere malato, Bowie, quando lavora al suo ultimo disco, attraversato da riflessioni sulla morte (ma non in termini opprimenti) e simbolismi esoterici. Un album che sperimenta senza perdere di vista la fruibilità, fra jazz, elettronica e rock d’avanguardia. E non bada agli aspetti commerciali, prova ne siano i dieci minuti della title track.

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10 anni senza il Duca

Alphaville 07.01.2026, 12:05

  • Imago Images
  • Marco Pagani e Cristina Artoni

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