Musica pop

Buon compleanno Randy!

Il 28 novembre del 1943 nasceva Randy Newman, uno dei più grandi esponenti della musica d’autore americana degli ultimi cinquant’anni

  • 28 novembre 2023, 14:00
  • 28 novembre 2023, 16:18
Randy Newman in concerto
  • Reuters
Di: Sergio De Laurentiis

Anno di grazia 1968. Un giovane di belle speranze è pronto finalmente a pubblicare il primo album. Ha già avuto qualche successo come autore ma vuoi mettere vedere il tuo nome bello grande in copertina? La produzione fa sul serio e imbarca uno stuolo di musicisti, tra cui diversi membri della Wrecking Crew, non gente qualunque. La squadra demolizioni non è una band vera e propria, è una specie di collettivo che raduna i migliori strumentisti della scena di Los Angeles. Sono i “Mr. Wolf” degli studi di registrazione. Vuoi andare sul sicuro? Ingaggia la Wrecking Crew. Lo fanno i Beach Boys, i Mama & Papas, Simon & Garfunkel, Cher, e molti altri frequentatori delle vette delle classifiche pop. Non solo, tra i clienti troviamo anche il re e il principe dei crooner, Frank Sinatra e Dean Martin. Eh sì, perché i musicisti della squadra demolizioni hanno in buona parte una formazione jazz e classica. Sono una garanzia.

Torniamo al giovane autore di belle speranze. Ha una manciata di belle canzoni, ha una squadra di musicisti di tutto rispetto, insomma, con tutto ‘sto po’ po’ di roba vuoi che non ci esca un debutto col botto? No, niente botto, anzi. Addirittura, a un certo punto la casa discografica – la Reprise, fondata pochi anni prima, guarda il caso, da tale Sinatra Frank - si impegna a riprendere l’album dagli acquirenti insoddisfatti in cambio di un altro disco del loro catalogo. E subito dopo il vinile esce di produzione, sparisce. Fine della storia? No, è semplicemente la “falsa partenza” (o almeno così venne considerata all’epoca) di una delle carriere più longeve e ricche di soddisfazioni del cantautorato americano degli ultimi 50 anni e passa.

Il giovane di belle speranze viene da una famiglia ebrea di origine russa. Il nome dei primi avi sbarcati negli Stati Uniti è Nemorofsky; poco dopo si trasforma in Newman. Il 28 novembre del 1943, arriva pure lui: mamma Adele e papà Irving lo chiamano Randall Stuart. Da subito il ragazzo respira, beve e mangia musica. Passa parte dell’infanzia nella culla del jazz (New Orleans), e in famiglia si ritrova non uno, non due, ben tre zii che compongono colonne sonore a Hollywood. Uno di questi, zio Alfred, è piuttosto interessante. Nominato agli Oscar un discreto numero di volte (45, così, tanto per), alla fine in casa si ritrova nove statuette. Sarà un caso, ma a un certo punto anche il nipote colleziona nomination (ad oggi sono un po’ meno della metà di zio Alfred, 22; per le statuette deve ancora correre, ne ha vinte “solo” due). Altra piccola curiosità: avete presente il tema di fiati all’inizio di tutte le produzioni della 20th Century Fox? Ecco, sempre lui, zio Alfred.

Randy Newman vince l'Oscar con "We Belong Together"
  • Reuters

Dna e ambiente aiutano, certo, ma il ragazzo di suo ci mette costanza e passione. All’inizio le influenze maggiori non sono quelle in famiglia; Randy, infatti, stravede per Ray Charles. Nemmeno diciottenne si lancia nel mondo della musica, come autore e come cantante. Dopo la pubblicazione nel 1962 del primo singolo con relativo flop, il nostro saggiamente decide di farsi prima le ossa come autore e poi ritentare la sorte come artista in proprio. La decisione paga, perché il suo nome comincia a circolare e soprattutto appare nei credits di un numero crescente di hit. L’insuccesso commerciale del suo primo album – intitolato semplicemente “Randy Newman” – non lo scoraggia. Il pubblico sembra ignorarlo, ma critica e colleghi lo tengono d’occhio. Anche il secondo, “Twelve Songs”, non combina un granché dal punto di vista delle vendite, nonostante il grande successo di uno dei brani dell’album, “Mama Told Me Not To Come”, nella versione dei Three Dog Night. Le cose cominciano a prendere una piega interessante con il lavoro successivo, “Sail Away” del 1972, che entra finalmente in classifica. La penna di Randy è sempre più riconoscibile e ispirata: si tratta di una miscela calibrata in cui musica popolare (soprattutto i generi “autoctoni” statunitensi, diciamo così: blues, soul, jazz) e musica colta vanno graziosamente a braccetto. Le ricette dello chef Randy prevedono ampie dosi di ironia, a tratti graffiante, a volte velata di malinconia. Prendiamo ad esempio un sempreverde del Nostro, “You Can Leave Your Hat On”, presente su “Sail Away”. La conosciamo soprattutto nella versione del 1986 di Joe Cocker, per la colonna sonora di “9 settimane e 1/2”. Ormai è un vero e proprio classico, con la sua bella produzione “Eighties Style”, con i fiati “che pompano” (per citare il profeta Elio) e la voce grondante sudore del buon Joe. Ascoltando l’originale di Randy Newman ci si accorge subito del fatto che la muscolare interpretazione di Cocker spazza via tutte le sfumature: l’(auto)ironia nemmeno tanto velata di quei versi svanisce, tradendo in buona parte lo spirito originale del brano.

Il bello di molte canzoni di Randy Newman è che ognuno è libero di leggerle e interpretarle come vuole. Per un semplice motivo, Randy non impone mai UN punto di vista. Una delle “specialità della casa” è immedesimarsi nei personaggi senza giudicarli. Ed è così che può diventare un mercante di schiavi in “Sail Away”, un seduttore da strapazzo (“You Can Leave Your Hat On”), un giocattolo (“You’ve Got a Friend in Me”), un insopportabile zotico che se la crede perché ha un sacco di soldi e conosce Bruce Springsteen (l’irresistibile “My Life is Good”), un improbabile cowboy (“Rider in the Rain”), fino a rischiare la scomunica ad aeternum - la cosa gli fa un baffo, lui è ateo - perché scrive una canzone dal punto di vista dell’Onnipotente, “God’s Song (That’s Why I love Mankind)”.  

Alcuni brani gli procurano qualche grattacapo, come “Short People” del 1977, da uno dei suoi album più fortunati “Little Criminals”. Del resto, devi mettere in conto che se scrivi una cosa tipo…

“Le persone basse non hanno motivo di vivere
Hanno mani piccole, occhi piccoli
Vanno in giro raccontando grandi bugie
Beh, non voglio gente bassa
Qui attorno”

…qualcuno potrebbe non cogliere l’ironia e proporre addirittura di rendere il passaggio del brano in radio un reato perseguibile dalla Legge (con buona pace di chi pensa che il politically correct sia una cosa recente). Alla fine, si è pentito di aver scritto “Short People”, perché si è stufato di dover spiegare che NON era il suo punto di vista e che anzi la canzone era un joke, un puro divertissement contro ogni pregiudizio.

Ma ridurre la figura di Randy Newman a quella di un simpatico mattacchione dalla battuta facile sarebbe un grave e imperdonabile errore. Il genio di Newman risplende soprattutto nelle prove più difficili e intense come “I Think It’s Going to Rain Today” o “In Germany Before The War”, capolavori di finezza e sensibilità. E anche di coraggio, perché ce ne vuole molto per scrivere una canzone dal punto di vista di uno psicopatico. L’inquietante ninna-nanna di “In Germany Before The War” infatti si ispira a un noto fatto di cronaca che segnò la Germania all’inizio degli anni ’30, episodio poi ripreso da Fritz Lang per una delle sue pellicole più conosciute, “M - il Mostro di Düsseldorf”, col monumentale Peter Lorre. Il riferimento cinematografico ovviamente non è casuale, perché è parte integrante della formazione di Randy Newman e quindi non stupisce che a un certo punto si concentri maggiormente sulle colonne sonore, con grande soddisfazione sua, degli Studios e soprattutto nostra di spettatori-ascoltatori. Accanto ai grandi successi della Pixar - “Toy’s Story” e “Monsters & Co.” in primis - vale la pena citare anche un paio di gemme come “Ragtime” e “Pleasantville”.

Da quando ha esordito come autore e cantante nel 1962, Randy Newman ha registrato 15 album, ha composto quasi una quarantina di colonne sonore, ha vinto due Oscar (per “If I Didn’t Have You”, da “Monster Inc.” e ”We Belong Together” per “Toy Story 3”) e ha intrattenuto pubblici di tutto il mondo o quasi nei suoi concerti. Insomma, si sarà capito, in questi primi otto decenni passati sul simpatico sferoide che ci ospita, non se n’è stato con le mani in mano. Scherzando ma non troppo, potremmo dire che tra le tante cose fatte da Randy Newman, una proprio non gli è ancora riuscita: scrivere una brutta canzone.

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