David Riondino è morto a Roma il 29 marzo 2026 all’età di 73 anni. Nel corso della sua carriera ha lavorato in diverse occasioni con Rete Due. Claudio Farinone traccia un ricordo dell’artista e di quelle collaborazioni.
La storia di David Riondino e il suo rapporto con la letteratura e la canzone nacque in una biblioteca di Firenze, dove lavorò tra gli scaffali negli anni della sua formazione. Furono le migliaia di libri e un’attitudine spiccata per la musica a far germogliare in lui l’idea che ogni cosa potesse essere trasformata in un testo musicato, riletto con sagacia, ironia e lo sguardo di un artista autentico.
E un artista come lui non è solamente un catalizzatore di nozioni culturali espresse sotto il cappello di una forma creativa, ma un uomo raro e speciale, capace di scrutare gli avvenimenti del mondo attraverso una lente che travalica le convenzioni, il già detto e il già fatto, per spiazzarti con un’intuizione, uno sguardo di taglio, una luce caravaggesca che faceva risaltare l’invisibile.
Dialogare e lavorare con lui significava salire su un’auto da corsa per essere investiti dal getto d’aria della sua invenzione senza fine, alla velocità spericolata di un genio nobile e delicato; e dietro ad ogni curva un paesaggio nuovo, una sorpresa, una gioia e un sorriso. Perché l’ironia e la leggerezza, in ogni sua accelerata sul mondo, non potevano mancare mai.
Un ricordo di David Riondino (Alphaville, Rete Due)
RSI Cultura 30.03.2026, 11:20
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La storia di David con la nostra radio risale a poco meno di vent’anni or sono, quando proposi di trasformare un suo spettacolo dal titolo Il bolero come terapia, in forma radiofonica, assieme a Paolo Damiani, che mise il suono del suo violoncello, a cui unii quello della mia chitarra.
Dalla sua nota passione per la cultura cubana, scaturì uno dei suoi pensieri geniali: i Boleros, forme raffinate di canzone filosofica, raccontano di frequente di problematiche amorose, offrendone una lettura e una soluzione per uscirne vivi. Perché recarsi dunque dallo psicanalista per risolvere le proprie e non affidarsi invece ad una di queste perle di poesia e musica? Fu così che ne tradusse una ventina in italiano, le cantò è le commentò per noi, facendoci divertire, commuovere e ridere da non poterne più.
Ma i semi germogliavano rapidamente, investiti dal sole della sua inesauribile vena inventiva. E così, in tempi più recenti, ci propose “Cambiar mantello alla musa”, altro ciclo nel quale ci raccontava l’arte sopraffina della traduzione.
https://rsi.cue.rsi.ch/rete-due/Cambiar-mantello-alla-Musa--2248820.html
Tutto ciò per lui era un gioco da ragazzi e le puntate si susseguivano una dopo l’altra come in una jam session tra musicisti di jazz; l’improvvisazione era una sua prerogativa da sempre, e ce lo dimostrò quando venne nel nostro Auditorio Stelio Molo, per una giornata speciale dedicata al tema dell’estemporaneità, dove sciorinava componimenti in ottava rima toscana alla velocità di un soffio.
In tempi recentissimi invece, fu capace di raccontarci un pezzo di storia contemporanea, dal 1964 al 71, partendo da Fatti mandare dalla mamma, celebre hit di Gianni Morandi, e la storia di due innamorati che, anno dopo anno, elaboravano sogni e desideri in un’Italia che cresceva ad andatura spericolata. Il ciclo, prese il nome di “Azzurro: l’arte di rassomigliare alle canzoni”.
E David assomigliava davvero ad ogni sua canzone, verso, trasmissione, film, recitazione, con il suo tocco lieve e gentile, colto e raffinato.
Era un folletto che di tanto in tanto appariva anche in altre trasmissioni, dimostrandoci con la sua presenza tutto il suo affetto e, assieme, il suo amore per la radio, come una scatola che racconta, scuote l’immaginazione e rivela l’invisibile.
Ciao amico mio, mi manchi già da morire.
https://rsi.cue.rsi.ch/rete-due/Azzurro-l%E2%80%99arte-di-rassomigliare-alle-canzoni--3459213.html


