Un nome che racchiude un continente e un titolo, The Final Countdown, che riletto a distanza di quarant’anni suona millenaristico. Pur muovendoci nel milieu hair metal, lontanissimo dalle atmosfere depressive del grunge che verrà. Sarà stata l’aria degli anni ’80, quando la Guerra fredda, che si avviava alla conclusione, ancora turbava il sonno con l’incubo nucleare. Reagan e Gorbaciov stavano lavorando a una nuova era, ma le paure non erano fugate del tutto.
Cinque capelloni svedesi dal crine laccatissimo si presentarono al mondo con un disco - il loro terzo - che il singolo omonimo avrebbe messo in secondo piano. Perché sì la ballata Carrie (non potevi non averne una all’epoca), ma è il riffone di tastiera di The Final Countdown che ancora oggi scandisce conti alla rovescia di un certo peso.
Joey Tempest aveva le idee piuttosto chiare: costruire un brano attorno agli ultimi giorni sulla Terra. Da una parte prese ispirazione dall’hard/heavy britannico, Run to the Hills degli Iron Maiden e Lights Out degli UFO; dall’altra attinse all’art rock, ai viaggi bowiani di Space Oddity. I sintetizzatori si occuparono del resto, e anche qui c’è una continuità con quanto fatto appena due anni prima dai Van Halen con Jump: la potenza dell’hard rock si poteva esprimere anche attraverso le tastiere.
Un lavoro di energetico assemblaggio che portò succosi frutti: trainato dal singolo, The Final Countdown si issò in cima alle classifiche di mezza Europa (Svizzera compresa), mentre negli USA raggiunse l’ottavo posto, sufficiente per ottenere il triplo platino.
Milioni di copie vendute a livello globale, però, chiesero una contropartita. La svolta pop creò dissapori tra gli Europe, tanto che il chitarrista mollò la band, rea a suo dire di aver abbandonato l’originario hard rock. Out of This World, l’album successivo, riprenderà quel desiderio di avventure extra-mondo di The Final Countdown, senza però raggiungerne le vette commerciali.
Gli Europe: dagli anni Ottanta con The Final Countdown
RSI Cultura 21.06.2024, 08:34
Per dire di certi passaggi epocali: raccontano gli Europe che nei primi anni ’90 alloggiavano nello stesso complesso losangelino dei Nirvana, allora in ballo con le registrazioni di Nevermind, il disco spartiacque per eccellenza. L’hard cotonato cedeva il passo al rock fangoso di Seattle. Pare che Cobain avesse scritto “Chi ca**o è Joey Tempest?” sul muro. Sic transit.
Oggi gli Europe sono ancora in giro e si preparano a uscire con un nuovo album. Considerati i personaggi di questa storia, non è elegante dire che il tempo ha disposto da par suo ascese e declini. Ma tant’è.

“The Final Countdown” - Europe e “End of the Road” - Boyz II Men
Kappa: senza vergogna 23.02.2026, 17:35
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LEGATO a Cip Cip, Rete Tre, 26.05.2026, ore 15