Quando Frank Zappa debuttò con Freak Out!, 27 giugno 1966, aveva venticinque anni, un miliardo di idee, un’alta considerazione di sé e neanche il becco di un quattrino. Faceva la fame nei bassifondi rock di Los Angeles con altri desperados come lui, volenterosi però lontani dai suoi esigenti standard: Ray Collins, Jim Black, Roy Estrada, che gli avrebbero fatto compagnia per un po’, e il chitarrista Elliot Ingber, destinato invece ad andarsene presto. Li aveva chiamati The Mothers, per graffiare come tanto gli piaceva uno dei più solidi miti americani, quello della mamma, ma quando fu il momento di firmare un contratto sbiadì la provocazione in Mothers of Invention. Ingoiò il rospo e in cambio incassò una botta di fortuna; uno dei più brillanti produttori dell’epoca, Tom Wilson, l’uomo che aveva curato il Dylan elettrico e di lì a poco avrebbe prodotto l’ “album con la banana” dei Velvet Underground, si invaghì della band e la segnalò alla MGM, procurando un fantascientifico budget di 21’000 dollari.
Leggenda vuole che li avesse ingaggiati sapendone poco o nulla; era capitato a uno show mentre eseguivano Trouble Every Day, un R&B dedicato ai disordini del ghetto nero di Los Angeles, e si era immaginato che tutto il repertorio fosse di quella specie. Non era proprio così; ma onore a Wilson per non aver cambiato idea, procurando anzi allo stupito pivello i mezzi per un doppio LP addirittura, con un brano (anzi: “un incompiuto balletto in due quadri”) lungo una facciata intera. Qualche settimana prima Bob Dylan aveva fatto sensazione pubblicando un album lungo più di un’ora, Blonde on Blonde; ma lui era il sommo Dylan, che tutto poteva, mentre quattro facciate di vinile a disposizione di un esordiente non si erano mai viste.
Zappa riempì il disco delle sue molte idee, concependolo non come compilation di canzoni sparse ma come manifesto di fantasia e indipendenza. Corredò l’album di note, commenti, biographical trivia e lanciò un appello a tutti i “relitti della Grande Società”, per usare le parole di Hungry Freaks Daddy, promettendo che non sarebbero più stati soli, che i Mothers of Invention li avrebbero sostenuti nella battaglia per la libertà e un mondo nuovo.
Irriducibile individualista, nemico giurato dei luoghi comuni e dei miti di massa, Zappa prendeva di mira l’omologazione sociale, le ipocrisie della scuola, l’equivoco della violenza, la farsa dell’amore romantico e il tabù del sesso; scriveva testi polemici (Hungry Freaks Daddy, l’orwelliana Who Are the Brain Police?, Trouble Every Day) e ruminava sarcastico bolo sentimentale (Motherly Love, Wowie Zowie, How Could I Be Such a Fool), divertendosi ad alternare canzonette doo wop di cretinesca semplicità e un pungente garage rock elettrico.
Sarebbe stato comunque un disco controcorrente, un segnale forte dei tempi che cambiavano, ma a scanso di equivoci Zappa volle apporre il sigillo bruciante di Help I’m a Rock e The Return of the Son of Monster Magnet, i brani finali che non erano più “canzoni” ma un intarsio di chiacchiere, rumori, riff, effetti sonori, sulla via indicata dal maestro Edgar Varèse, morto da poco. The Return of the Son fu registrato nel corso dell’ultima seduta ai TTG Studios, di notte, ospitando amici “e tutti i freaks del Sunset Boulevard”, invitati a sfogarsi liberamente con voce e percussioni.
Freak Out! fu largamente incompreso. Non lo capì la critica, che lo trascurò o lo fece a pezzi, non lo capì il pubblico, che ne decretò la rovina commerciale, e men che meno la casa discografica, incapace di promuoverlo sensatamente. Qualcosa germogliò comunque, qualcuno pur si accorse di quel testardo italo-americano; fra tutti Paul McCartney, che si procurò una copia dell’edizione inglese (un disco solo ma 3/4 del repertorio) e si sciupò le orecchie ad ascoltarlo. Non è azzardato dire che tra le righe del Sgt. Pepper, tutta un’altra storia ma in fondo gli stessi mesi, ci sono anche il baffo, mosca e capelli scarmigliati del giovane rampante FZ, largo a lui!
Frank Zappa (5./10)
Alphaville: le serie 06.09.2024, 11:45
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